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Roma, 29 dic – John Maynard Keynes è uno dei pochi economisti il cui nome è conosciuto ben al di fuori del ristretto circuito accademico. Il grande pubblico identifica, spesso semplificando eccessivamente, Keynes, Karl Marx e Adam Smith come i rappresentanti delle dottrine economiche che hanno dominato il dibattito socio-politico a partire dal diciannovesimo secolo: rispettivamente il socialismo, il comunismo e il liberismo.

Una conseguenza poco desiderata della popolarità è quella delle possibili distorsioni delle teorie economiche che spesso sono fonte di dibattiti contaminati da propositi ideologici più che da studi rigorosi. Malgrado la lucidità e la chiarezza dei suoi scritti, Keynes è stato spesso interpretato in diversi modi, a volte anche in contrasto tra loro, come nelle teorie neo-keynesiane e post-keynesiane di cui andiamo ad occuparci brevemente e per forza di cose in maniera piuttosto semplificata.

La sintesi neoclassica

Nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale vi è stato un tentativo da parte di un gruppo di economisti (tra cui Hicks, Modigliani e Samuelson) di integrare gli scritti di Keynes con i modelli classici, dando vita alla cosiddetta scuola neo-keynesiana.

Il primo lavoro organico di riconciliazione tra le teorie keynesiane e la teoria generale dell’equilibrio è stato presentato nel 1955 proprio da Paul Samuelson attraverso la “sintesi neoclassica”. Secondo questo modello se la disoccupazione è troppo elevata, i salari reali tenderanno a crollare in quanto i lavoratori saranno in forte competizione tra loro per posti di lavoro sempre meno numerosi. Questa situazione si allargherà anche alle aziende che vedranno crollare la domanda per i loro prodotti e di conseguenza crolleranno anche i prezzi ed i loro profitti. In questa visione l’alta disoccupazione è quindi un fenomeno temporaneo causato dalla lentezza con cui salari reali e prezzi tendono a riequilibrarsi, l’economia diventa quindi keynesiana nel breve periodo per il fatto che i salari e i prezzi sono resistenti al cambiamento, mentre nel lungo periodo è classica, perché gli stessi due fattori hanno il tempo per aggiustarsi.

Nella teoria di Keynes non vi è però alcuna possibilità che l’economia raggiunga da sola un nuovo equilibrio, e quindi un sistema liberista potrebbe anche non recuperare mai da una recessione ed avere un tasso di disoccupazione perennemente troppo elevato in assenza di interventi statali. Nell’approccio neo-keynesiano l’economia ha invece solo bisogno di tempo per trovare una nuova stabilità. La disoccupazione porterà al crollo di salari e quindi dei prezzi dei beni, ma dopo un certo periodo i beni diverranno talmente convenienti che aumenterà la loro domanda aggregata e di conseguenza anche le aziende torneranno a produrre di più e ad assumere lavoratori, tornando di nuovo alla piena occupazione anche senza un intervento dello Stato.

Appare quindi ovvia anche la diversità delle soluzioni di politica economica proposte per affrontare il problema della disoccupazione. Keynes credeva fortemente in politiche volte ad alzare i livelli occupazionali attraverso il settore pubblico, mentre i neo-keynesiani sono favorevoli ad eliminare tutti i possibili attriti nel mondo del lavoro, e quindi depotenziare i sindacati, favorire la flessibilità e soprattutto limitare gli interventi di politica monetaria ad un mero controllo dell’inflazione.

I post-keynesiani

Con il termine Post Keynesian Economics si intende una scuola di pensiero nata a partire dagli anni ’70 proprio per opporsi alla teoria neo-keynesiana, accusata di rappresentare in maniera distorta il pensiero di John Maynard Keynes.

Sebbene sia nata come un tentativo di ricostruire la teoria economica alla luce delle intuizioni di Keynes, alcuni economisti di questa scuola come Joan Robinson tendono a prenderne le distanze ed in generale vi sono concetti difficili da trovare nei pensieri originali dell’economista di Cambridge. Possiamo quindi dire che in questa corrente di pensiero trovano spazio diversi tentativi di portare le idee originali di Keynes all’interno di una struttura teorica del tutto nuova. Molti economisti post-keynesiani sono considerati più radicali rispetto a Keynes, che era considerato un moderato, ponendo grande enfasi sulla redistribuzione della ricchezza e su politiche economiche più favorevoli ai lavoratori.

La base fondamentale su cui costruire tutta la teoria economica post-keynesiana è il principio della domanda effettiva sviluppata da J.M Keynes nella sua Teoria Generale del 1936. La domanda di beni e servizi è cruciale sia nel breve che nel lungo periodo in un sistema capitalista, in quanto non vi sono al suo interno meccanismi che possano portare naturalmente alla piena occupazione o alla piena utilizzazione delle risorse. Ma per essere in grado di analizzare le moderne economie di mercato ed eventualmente prevederne le criticità come disoccupazione troppo elevata, crisi finanziarie, cicli economici, recessioni e sviluppo non omogeneo, gli studi teorici dovranno tenere in considerazioni molti fattori.

Per questo motivo gli studi post-keynesiani spaziano in un’ampissima varietà di campi economici, dallo studio della macroeconomia in termini di disoccupazione, inflazione, crescita e distribuzione della ricchezza, alle politiche monetarie, dalla finanza ai sistemi internazionali di pagamento. Ecco quindi che tra le proposte di questa scuola di pensiero da un lato troviamo la tradizione keynesiana di considerare la politica fiscale e quindi la spesa pubblica come il principale strumento per combattere la recessione nel breve periodo, dall’altro strumenti innovativi come la creazione sul mercato del lavoro di meccanismi che garantiscano un livello adeguato di salario reale sotto il quale non sia possibile andare, in modo da costringere le aziende a puntare sulla qualità e sulla produttività per essere competitive, piuttosto che sulla riduzione del costo del lavoro.

Il dibattito su Keynes continua

Nel corso degli ultimi 80 anni la teoria generale di John Maynard Keynes ha vissuto momenti di grande consenso e di grande critica. Certamente la visione classica dell’economia di mercato come soluzione ideale per la stabilità non è mai stata completamente abbandonata. Molti economisti consideravano e continuano a considerare un alto tasso di disoccupazione come una circostanza straordinaria dovuta a particolari accadimenti e non come una conseguenza delle economie liberiste. Allo stesso modo sono state criticate, in particolare dal premio Nobel Milton Friedman, le politiche keynesiane poste in essere da diversi governi negli anni ’60 in quanto causa di grossi problemi di inflazione. Friedman affermò che la chiave per tornare alla stabilità dei prezzi era quella di abbandonare del tutto l’impegno verso la piena occupazione e promuovere una completa liberalizzazione dei mercati del lavoro e della finanza.

Allo stesso tempo però Keynes è tornato prepotentemente alla ribalta in seguito alla crisi del 2008, che ha rivelato la distorta potenza del sistema finanziario che prima ha causato il collasso ed in seguito ha di fatto guidato le politiche governative post crisi, permettendo ai banchieri di dettarne le linee guida. Il controllo dei mercati finanziari nell’interesse della piena occupazione e della giustizia sociale è decisamente una questione attualissima.

La filosofia di Keynes sopravviverà fino a che vi saranno mercati e governi, ogni qual volta le forze favorevoli al mercato saranno lasciate libere di agire assisteremo a crisi di varia portata che porteranno ad interventi statali più o meno tempestivi, e la “Teoria Generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” continuerà ad essere studiata ben oltre il suo centesimo compleanno.

Claudio Freschi

1 commento

  1. La disoccupazione non deve preoccupare se non supera un certo limite. Se il monoreddito, come una volta garantisse l’ andamento minimo familiare. Tempo fa le famiglie erano composte da molte più persone…; oggi a Milano quasi il 40% delle “famiglie” è single! Qui nasce, nelle belle (!) città metropolitane (e figurati se non doveva diventare metropolitana!), il problema lavoro-stipendio vitale.
    Per cui la questione è di politica economica/finanziaria sciagurata che ha giocato e gioca a rendere tutti consumatori solitari per la sopravvivenza! Le lotte operaie sono state sostenute dal capitale per creare nuovi acquirenti, è così pure per le lotte femministe, ecc….. è così… anche per gli immigrati. Proprio questi ultimi è palese che non ci pagheranno le pensioni, ma sicuramente saranno acquirenti in più di prodotti e servizi dei quali noi, per mancanza di soldi o conoscenza della sottostante fregatura, cominciamo a farne a meno.
    Da qui si torna a Keynes e al suo far fare le buche (anche se inutili), a pagamento per sostenere la domanda. Aiuta anche a capire il reddito di cittadinanza, tanto spinto senza che nessuno si è chiedesse quale contropartita lavorativa reale dovrà o potrà dare il beneficiario.
    La curva della domanda ha dunque carattere ipertrofico, patologico… di fronte alla quale c’è un “offerta” (a proposito, le offerte vere si fanno solo in chiesa consacrata e gestita da meritevoli), quantitativa enorme ma tendenzialmente sempre più scadente.
    Perché? Gli antichi romani, dicevano: dove c’è la quantità non c’è la qualità!!!
    Il tutto mentre gli economisti elucubrano sulle fasi e gli intertempi economici…
    Ricordo un caro collega di lavoro, Alberto, che davanti a certe persone e comportamenti diceva: “questo va a cercare in piazza con la lanterna accesa a mezzogiorno…!”.

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