Roma, 1 gen – C’è stato un tempo in cui i banchieri centrali non erano ossessionati dalla sola inflazione, ma costituivano parte attiva del complesso processo decisionale della politica economica. Quella materia, in sostanza, che non è fatta solo di livello dei prezzi ma di occupazione e disoccupazione, tassi di cambio, bilancia commerciale e tutto quanto, direttamente o indirettamente, può legarsi alla moneta. Magari a quella moneta unica che oggi, dopo i due decenni “festeggiati” il 1 gennaio del 2019, compie ventuno anni. Se sembra un’eresia, non bisogna andare troppo indietro nel tempo per trovare esempi di governatori non ancorati all’unica voce possibile. Come nel caso di Paolo Baffi.



Salito al vertice di Banca d’Italia nel 1975, la sua carriera a capo di via Nazionale durò fino al 1979. In quell’anno fu coinvolto in un’inchiesta a seguito della quale, per non intaccare il prestigio dell’istituto, presenterò le proprie dimissioni. Da questa vicenda uscirà prosciolto già in fase istruttoria nel 1981, ma nel frattempo fu sostituito da Ciampi che, a differenza del predecessore, era favorevole alla partecipazione dell’Italia allo Sme. Segnaliamo questo particolare per introdurre le parole del governatore, che già nel 1978 così si esprimeva:

«L’istituzione del Sistema monetario europeo è stata concepita nel vertice di Brema come elemento fondamentale di un rinnovato impulso all’integrazione economica e finanziaria europea; una maggiore stabilità monetaria e di cambio doveva essere perseguita quale parte di un’azione comune per accelerare la crescita, per diminuire la disoccupazione e l’inflazione e per rafforzare le economie meno prospere della Comunità […] La posizione italiana è rimasta più di altre coerente con l’obiettivo di costruire un sistema in grado di accogliere tutti i paesi membri e di ridurre pericoli non solo inflazionistici, bensì anche deflazionistici. In questa prospettiva si è sottolineato che gli impegni reciproci in materia di cambio, impostati su una effettiva simmetria di aggiustamenti economici, dovevano essere accompagnati sia da sostegni finanziari, per fronteggiare attacchi speculativi, sia da aiuti sostanziali ai paesi meno forti […] Impegni rigorosi di cambio devono essere principalmente sorretti da un progressivo adeguamento reciproco delle politiche economiche e monetarie; si rischierebbe altrimenti un nuovo insuccesso».

Parole molto accorte, quasi compassate. Forse non di esplicito diniego (ma neanche di accettazione acritica) rispetto ad un’unione monetaria che all’epoca, con l’esordio dello Sme sulla scena, iniziava a muovere i primi passi. D’altronde Paolo Baffi in quell’anno era ancora governatore e quanto qui riportato è tratto dalle considerazioni finali della relazione annuale di Banca d’Italia: difficile credere che potesse usare parole che non fossero dosate e soppesate.

Per comprendere meglio il Baffi-pensiero occorre allora fare un salto di una decina d’anni. Intervistato da La Stampa, nel 1989, poche settimane prima di morire, l’ex numero uno di Palazzo Koch sganciava il carico:

«La storia monetaria d’Europa ci rivela che, ogni qual volta la parità di cambio è stata eretta a feticcio o imposta senza adeguato riguardo alle sottostanti condizioni dell’economia, le conseguenze sono state nefaste […] Nello stesso ambito delle economie sviluppale, si deve osservare che un sistema a guida marco, fondato sulla stabilità dei prezzi, e sulla rigidità del cambio, impone a qualsiasi Paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito (come furono i due del prezzo del petrolio negli anni Settanta) la scelta fra il finanziamento estero e il ricorso all’abbattimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari, che da Keynes in poi sappiamo essere oltremodo difficile e costoso in termini di tranquillità sociale e di produzione di reddito. L’aggiustamento relativo di prezzi e salari sarebbe più facile su un’onda di moderata inflazione diffusa al sistema, ma l’obiettivo essendo quello più severo dei prezzi stabili, questa agevolezza non si dà e di tanto si aggrava il vincolo della fissità del cambio».

Tanti (?) auguri, euro.

Filippo Burla

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3 Commenti

  1. Mi sembra si manchi di evidenziare un punto sciagurato divenuto anche “craxiano”: la moneta forte italica o europea è una presa in giro colossale!! Studiare il ciclo tra moneta forte e moneta debole…
    E basta con i finanziamenti esteri oltremodo vincolanti, ricattanti… Diventiamo un po’ più “poveri” per ripartire e vediamo i “ricchi” che fine fanno…, senza usare le bombe intelligenti. Ahi,ahi…

  2. Si era opposto anche alla separazione tra banca d’Italia e tesoro….ma tutto era scritto purtroppo.

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