banche PdRoma, 14 mag – Nella settimana che ci lasciamo alle spalle si è tornato a parlare del rapporto tra il Pd e le banche. Galeotto fu il libro di Ferruccio De Bortoli, nel quale il ministro Maria Elena Boschi viene accusata di aver sollecitato Unicredit a salvare la banca del babbo (Etruria). Come spesso avviene i polveroni servono a nascondere le complicità più torbide. L’affaire Boschi, infatti dovrebbe essere derubricato come puro gossip se si elencano i veri favori che il Pd ha fatto alle banche. Certo la difesa del nostro sistema creditizio è un obbligo per ogni governo che abbia a cuore l’interesse nazionale. Questo, però, non è certo il caso del Partito democratico. A Largo del Nazareno gli interessi di bottega (della “ditta” direbbe Bersani) l’hanno fatta da padrone. Vediamo perché.

Intanto, è bene precisare che la corrispondenza d’amorosi sensi tra il mondo del credito e Palazzo Chigi non va attribuita solo a Renzi. Fu il governo di Enrico Letta a dare il via alle danze. Nel 2013, il governo regalava alle banche la fiscalità di vantaggio sulla deducibilità delle perdite (passate da diciotto anni a cinque anni). Secondo Mediobanca un cadeau da 19,8 miliardi di euro. In seguito lo Stato si fece garante sulle obbligazioni tossiche per un valore di 161 miliardi di euro, che hanno generato esborsi alle banche di affari (Fonte Eurostat) di ventiquattro miliardi di euro dal 2013 al 2016. Il canto del cigno del governo Letta fu la rivalutazione delle quote di Banca d’Italia, da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro per offrire dividendi pari a 1,060 miliardi di euro alle banche socie.

Poi arriva il boyscout Matteo Renzi che con il decreto salva-banche del 22 novembre 2015 ha azzerato i risparmi di centotrentamila famiglie. Inoltre il rottamatore mise il cappio al collo a chi aveva acceso un mutuo per la casa. Si giunge così all’esproprio delle case in assenza di sette rate (portate a diciotto dopo le proteste) di mutuo non pagate direttamente dalla banca. Tanti altri furono i provvedimenti del governo Renzi a favore delle banche. Secondo Adusbef si parla di più di ventisei miliardi di euro di “bonus ai banchieri”.

In questa gara, tutta interna al Pd, anche Gentiloni vuol dire la sua. Nell’ultima manovrina, infatti, è arrivato un congruo aiuto fiscale al mondo del credito. Lo strumento utilizzato si chiama Ace (Aiuto alla crescita economica) meccanismo fiscale nato nel 2012 per premiare gli imprenditori che fanno investimenti attraverso sgravi sugli apporti di capitale effettuati. La norma originaria prevedeva che il beneficio poteva essere cumulato negli anni a partire dal 2011. L’articolo 7 del decreto 50 (la manovrina) il benefit è limitato agli ultimi cinque esercizi e riduce l’aliquota dello sgravio. L’effetto è quello di aumentare la base imponibile e dunque le tasse per le imprese. Per le imprese ma non per le banche. Con la modifica dell’Ace, aumentando la base imponibile, per gli istituti di credito aumenta la possibilità di recuperare le perdite. La normativa vigente, infatti, non consentiva di contabilizzare i crediti fiscali causati dalle perdite nel corso di questi ultimi anni. Ora, però, tutto cambia. In pratica, come ha detto un analista al quotidiano La Stampa: “Di fatto, anticipo adesso quello che avrei dovuto aspettare anni per portare in bilancio”. In pratica sembra un vestito cucito addosso a Mps e alle popolari venete.  Monte dei Paschi di Siena ha ad esempio 1,15 miliardi di Dta (crediti fiscali) fuori bilancio e prevedeva di smaltirli nel giro di qualche anno ma ora con il nuovo Ace si vedrà prodotto un effetto positivo sul patrimonio netto è di 891 milioni di euro. Effetti analoghi si avranno anche per le banche venete, visto che di fatto, una parte dell’aumento di capitale arriverà con questa misura.

Unimpresa si è subito scagliata contro questo provvedimento. Secondo Claudio Pucci vicepresidente dell’associazione: “È uno scandalo che gli istituti continuano a essere aiutati, ma non sostengono l’economia reale visto che i prestiti alle aziende sono crollati di dodici miliardi negli ultimi dodici mesi”. Alla luce di quanto detto, la Boschi è solo un tassello di un puzzle molto più grande di lei.

Salvatore Recupero

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