Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 1 mag – Ogni primo maggio si fanno i conti. Ci parlano di disoccupazione “ufficiale” – in calo, ma solo perché aumentano gli inattivi – di scoraggiati che pur essendo disponibili a lavorare hanno smesso di cercare un impiego perché ormai convinti di non poterlo trovare,  di un giovane su tre che non lavora. Per tacere, poi, dei sottoccupati, della moderazione salariale, degli stipendi degli italiani che negli ultimi 10 anni hanno in media lasciato sul terreno quasi 5mila euro netti mentre, a fronte di un aumento del 9,9% nell’indice dei prezzi al consumo, le corresponsioni reali  sono cresciute solo del 9,4%: una perdita netta del 4% nelle tasche dei lavoratori[1].

Tutta colpa dell’austerità: l’«Output gap»

Se l’austerità non è una libera scelta ma una, seppur sgradevole, necessità per tenere in piedi la moneta unica, lo stesso non si può dire per quanto riguarda le metodologie con cui la Commissione Europea declina in termini operativi le misure che all’austerità conducono. Metodologie sulla base delle quali Bruxelles effettua i propri calcoli per la valutazione delle manovre economiche e dei fondamentali di finanza pubblica, da cui i noti attriti in sede di redazione di ogni finanziaria.

Elemento principale è il cosiddetto «Output gap», che rappresenta la distanza fra Pil effettivo e quello potenziale che un’economia può raggiungere con l’impiego ottimale di tutti i fattori produttivi. Se è positivo indica una domanda di beni e servizi superiore all’offerta, che però allo stesso tempo può spingere verso dinamiche inflattive. Se è negativo indica invece una carenza di domanda che, nel breve/medio termine, può portare ad una potenziale recessione.

Pur ammantandosi di tutti i crismi di «scientificità», la definizione di Output gap è tuttavia aleatoria: risulta estremamente difficile misurare con precisione il Pil potenziale, che rimane dunque una grandezza non misurabile con certezza. Ecco perché le stime condotte possono variare sensibilmente a seconda dei presupposti teorici – necessariamente soggettivi – su cui si basano i calcoli che, a loro volta, non sono scevri da implicazioni. È infatti sulla base delle stime sull’Output gap che la Commissione Europea giudica le manovre di bilancio, andando alla ricerca di quello che sarebbe il deficit in condizioni «normali» (prende il nome di «deficit strutturale», in quanto depurato da misure temporanee e dagli effetti del ciclo economico) e sulla scorta di ciò acconsentire o negare misure più o meno espansive. Nel dettaglio, il deficit strutturale è superiore al deficit reale in periodi di crescita, mentre i fattori si invertono in caso di recessione, a causa delle minori entrate fiscali che si computano all’interno del deficit reale. Maggiore (in negativo) sarà l’Output gap, più basso sarà dunque il deficit strutturale, dando così spazio all’incremento di quello reale, il tutto senza incidere eccessivamente né stabilmente sui saldi di finanza pubblica perché, riagganciando il treno dello sviluppo, quest’ultimo sarà in grado di riassorbire lo squilibrio transitorio nei conti dello Stato e viceversa.

La disoccupazione strutturale secondo Bruxelles

Come detto, tuttavia, il calcolo dell’Output gap è tutto tranne che una scienza esatta per cui, anche utilizzando metodi quantitativi simili, i risultati possono non convergere. Una delle differenze fra i presupposti teorici di cui si diceva è la stima della disoccupazione strutturale.

La Commissione Europea sceglie, nelle sue valutazioni, di utilizzare la «Nawru» (acronimo per «non-accelerating wage rate of unemployment»), vale a dire quel livello di disoccupazione compatibile con l’assenza di spinte al rialzo sui salari (e, di converso, sui prezzi). La decisione di Bruxelles di adottare la Nawru, seppur arbitraria, non è in linea di principio né giusta né sbagliata. Ma i suoi effetti sono potenzialmente esiziali, dato che la stima della Nawru poggia troppo – e quindi considera «strutturale» – il livello corrente della disoccupazione. Il discorso cambia se invece della Nawru prendessimo la «Nairu» (acronimo per «non-accelerating inflation rate of unemployment»), che misura il tasso di disoccupazione che non comporta spinte inflazionistiche sul livello dei prezzi. La Nairu è il presupposto che utilizza ad esempio l’Ocse. Diverse, ancora, possono essere (e sono) le valutazioni condotte volta in volta dal governo di turno. Tante teste, tante idee, senza mai sbrogliare il bandolo della matassa. Ammesso che abbia senso la disquisizione in merito ad un parametro estremamente difficile da afferrare compiutamente.

Un primo maggio senza lavoro: ce lo chiede l’Ue

Se può sembrare un discorso sul sesso degli angeli utile solo ad appassionare gli esperti di econometria, è quando si passa al concreto che la sostanza si fa sentire ed amplifica le differenze esistenti. La Nawru è strettamente legata al tasso di disoccupazione corrente, discorso che non vale per la Nairu, «col risultato che la metodologia adottata dalla Commissione tende a produrre risultati maggiormente pro-ciclici [capaci dunque di esasperare una situazione già negativa, ndr] rispetto a quella utilizzata dall’Ocse»[2]. I numeri parlano chiaro: per l’Ocse la disoccupazione strutturale si colloca attorno al 9%, per la Commissione Europea è arrivata a toccare il 12% (percentuale successivamente aggiornata in lieve ribasso, ma comunque al di sopra dei valori Ocse), incorporando così al suo interno quasi tutta la disoccupazione di lungo periodo con cui facciamo i conti da anni. Ne deriva un’evidente sottostima dell’Output gap, sia in positivo che in negativo – la Commissione è addirittura arrivata a parlare di un Output gap per l’Italia positivo sia nel 2019 che nel 2020, dato abbastanza curioso: «come è possibile […] che l’Italia sovrautilizzerà le risorse disponibili, cioè attrezzature e lavoratori, quando vi sono moltissimi lavoratori in cerca di occupazione che il sistema economico non riesce ad occupare prevalentemente per la mancanza di domanda aggregata?»[3] – da cui conseguono minori spazi di manovra in termini di bilancio (ripetiamo: in presenza di un Output gap negativo, più bassa sarà la sua stima e maggiore sarà il deficit strutturale, dunque minore la possibilità di allargare le maglie dei conti pubblici, con ancora minori spazi quando l’Output gap è positivo) al fine, fra le altre cose, di riassorbire una parte dei senza lavoro.

Dal punto di vista della disoccupazione l’Ue non «impone» dunque, almeno ufficialmente, nulla. Basando però le proprie valutazioni delle manovre finanziarie su presupposti che la «vedevano» al 12% (per gli anni 2019 e 2020 la stima è rivista al 9,8%, valore verso cui sta effettivamente convergendo), scendiamo nel campo delle cosiddette «profezie che si autoavverano», per cui non sorprenderà notare che l’andamento della disoccupazione ha pedissequamente seguito – come se in qualche modo vi fossero «spinte» – quei livelli. Ecco quindi che, a partire dal 2011, con l’incremento delle stime sulla Nawru (e conseguenti effetti sull’Output gap e, di nuovo, sugli spazi finanziari concessi al governo) il tasso dei nostri disoccupati ha iniziato anch’esso a crescere, mostrando una, a questo punto non sorprendente, convergenza. Correlazione, in questo caso, fa parecchio rima con causazione.

Poteva essere altrimenti? E’ vero, il Trattato di Lisbona (art. 3, terzo comma) parla di garantire sia la stabilità dei prezzi sia la piena occupazione come obiettivi dell’azione Ue. Lo statuto della Banca centrale europea (art. 2), tuttavia, pone il primo termine come elemento fondamentale, da cui far discendere – in rigoroso ordine gerarchico – tutto il resto. Ne consegue l’impossibilità di coniugare due elementi tra loro inconciliabili: il voler tenere l’inflazione ai livelli più bassi possibili non è compatibile con il perseguimento dell’obiettivo disoccupazione zero.

Filippo Burla

[1] Isrf Lab: In 10 anni la busta paga degli italiani ha perso in media 5mila euro, 3 aprile 2019

[2] Carmelo Pierpaolo Parello, Diletta Colocci, L’Output Gap non è uno solo. Le stime della Commissione Europea e quelle dell’OCSE, eticaeconomia.it, 15 settembre 2015

[3] Davide Cassese, Crescita e PIL potenziale: le stime controverse di Bruxelles, economiaepolitica.it, 29 aprile 2019

La tua mail per essere sempre aggiornato

2 Commenti

  1. A prezzi etici deve corrispondere domanda etica (in proposito leggetevi l’ intervista recente di un certo offerente di nome Armani che dimostra chiaramente, indirettamente, come la domanda è stata presa per i fondelli -per decenni-, perché ingenua, ignorante e non etica). La disoccupazione si combatte anzitutto con il kolchoz modificato, oggi impossibile per la gestione capitalistico-latifondista della terra. Ho l’ impressione che ci sia un “input gap” che non consente di uscire dagli schemi accademici per prospettare alternative reali che la storia politica economica ci mostra in quantità… Salvo che vogliamo continuare ad essere tutti dottori di altri… schiavi.

Commenta