Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 24 ott – Mentre Spagna e Portogallo (ma altri potrebbero seguire) fuggono dai prestiti, a scricchiolare è l’intera architettura del Recovery Fund. Il quale potrebbe – usiamo il condizionale, ma ormai è una certezza – nemmeno partire come da programma il prossimo 1 gennaio. Una secchiata di acqua gelida sui festeggiamenti dello scorso luglio, quando con alti lai si celebrava l’accordo raggiunto.

L’elefantiasi Ue paralizza il Recovery Fund

Se doveva essere l’architrave del futuro politico ed economico dell’Unione Europea, il Next Generation Eu – questo il nome ufficiale dello strumento – mostra così, sin da subito, tutte le sue debolezze. Una serie di fragilità connaturate agli elefantiaci e iperburocratizzati meccanismi comunitari: a frenare la sua messa in opera è infatti un rimpallo di responsabilità e richieste tra consiglio e parlamento Ue – insieme a Commissione Europea, con la quale formano il cosiddetto “trilogo” – che hanno portato all’attuale stallo.

Oggetto del contendere, oltre all’ammontare delle risorse (il parlamento chiede un incremento del bilancio comunitario), anche il tema dello Stato di diritto come condizione per procedere ai versamenti legati al Recovery Fund. Il punto è molto discusso, specialmente da nazioni come Ungheria e Polonia che temono un suo uso squisitamente “politico” dato che non ne esiste una definizione univoca ed universalmente accettata. Ma anche l’Italia rischia di finirvi nel mezzo, visti i problemi legati all’immigrazione clandestina: il rischio è che qualsiasi decisione legata al contenimento dei flussi possa dare il là a generiche accuse magari pretestuose ma potenzialmente capaci di bloccare le erogazioni.

Risorse (forse) a fine 2021

Limando da una parte all’altra un accordo verrà trovato, intendiamoci. Il problema è che, una volta raggiunta l’intesa, il Recovery Fund non sarà immediatamente pronto a partire. Se è verosimile che il negoziato possa concludersi entro dicembre, è altrettanto vero che dopo serviranno le ratifiche dei parlamenti nazionali, le quali richiederanno a loro volta almeno due/tre mesi di tempo. Nell’ottimistica ipotesi che i passaggi nei vari Paesi avvengano senza intoppi, significa che il “via” verrà dato ad inizio primavera. E’ in questo momento che i governi potranno presentare i propri piani nazionali: l’Ue – tra Commissione e Consiglio – si riserverà dalle 8 alle 12 settimane per validarli e, successivamente, iniziare a reperire i fondi sul mercato per poi distribuirli. Questo significa che le risorse – quelle, per inciso, che il ministro Gualtieri ha di fatto già inserito nel bilancio del prossimo anno – non saranno disponibili prima della fine dell’estate 2021, forse addirittura all’inizio dell’autunno. Ammesso e non concesso che il cronoprogramma venga rispettato: già ne usciamo perdenti in partenza, ora pure in ritardo.

Filippo Burla

La tua mail per essere sempre aggiornato

2 Commenti

Commenta