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Roma, 7 giu – Tra le varie riflessioni che sono nate in merito al futuro delle economie occidentali una delle più importanti riguarda il cosiddetto reddito di cittadinanza, ovvero l’idea che ad ogni cittadino in quanto tale spetti un minimo reddito che permetta di non preoccuparsi dei diritti basilari dell’esistenza, come il mangiare o il trovare una casa.
Il concetto è interpretato in modo differente in base a diverse sensibilità: c’è chi sostiene vada dato a tutti, anche a chi lavora. Chi ritiene debba essere usato – come nella versione italiana attuale – sostanzialmente come un sussidio di disoccupazione che dovrebbe spingere a cercare lavoro e il lavoratore a formarsi. Per semplificare possiamo dire che si tratta di un salario svincolato dal lavoro. E’ un bene, è un male? Che riflessioni possiamo farne?

Il reddito di cittadinanza alla prova dell’«accelerazionismo»

Tanto per cominciare cominciamo a sfatare il mito nascente dal cosiddetto “accelerazionismo di sinistra”: è molto improbabile che tale reddito possa evolversi fino sostanzialmente ad emancipare la massa degli (ex) lavoratori dal lavoro e regalare massivamente e diffusamente tempo libero. Stupisce che questa riflessione bucolica nasca da ambienti sostanzialmente anticapitalisti e post marxisti, ma evidentemente l’interpretazione deterministica di Marx da qualche parte ancora fa presa.

Senza entrare nel dettaglio, è evidente a tutti che sarebbe quantomeno sospetto che il capitalismo che nasce elevando la razionalità individuale e l’egoismo come metro autoregolatore della società sbocchi spontaneamente in un regno dell’abbondanza per tutti in cambio di nulla. Che le stesse categorie economiche e politiche di chi ha progressivamente smontato lo Stato sociale togliendo il diritto alla casa, all’istruzione, al lavoro, alla sanità ora ci dia un reddito per ricomprarci tale diritti dovrebbe sembrare quanto meno strano anche a prima vista.

Che la robotizzazione, l’informatizzazione, l’ottimizzazione dei processi produttivi, la virtualizzazione dei prodotti possano rendere sempre più superfluo il lavoro è un fatto, che da tale cosa ne discenda che il lavoratore (o meglio l’ex lavoratore) possa migliorare la propria condizione di vita in automatico è invece una supposizione non consecutiva, anzi.

E’ semmai sostanzialmente vero il contrario: nella misura in cui il lavoro diventa superfluo il lavoratore, o quel che ne rimane, perde l’unica leva che aveva nei confronti del capitale: la possibilità di dire no. Una leva che lo stesso Marx aveva ovviamente individuato quando citando Hegel utilizzava la metafora della dialettica tra “principe e schiavo” per indicare che sostanzialmente il principe aveva bisogno dello schiavo quanto lo schiavo del principe, perché era il lavoro del secondo a rendere reale i privilegi del primo.

Vince il capitale

Il passaggio di creazione del reddito di cittadinanza ha come necessità la distruzione della piccola impresa o meglio di sostanzialmente ogni singola impresa che non abbia dimensioni multinazionali: infatti potrà essere finanziato solo tramite un enorme prelievo di plusvalore che non verrà ovviamente tolto dai ricavi delle grandi multinazionali che oramai godono di propria sovranità e vivono lateralmente e non sotto i poteri statali. Tale finanziamento avrà bisogno di uccidere ogni piccolo produttore, di tassare ogni forma di proprietà o perlomeno andare in quella direzione.

Senza entrare troppo nel dettaglio di come tecnicamente si troverà la ricchezza sufficiente per genere una flusso costante che finanzi il reddito universale ragioniamo per grandi categorie e chiediamoci cosa accadrà quando nella dialettica “capitale/lavoro” il lavoro verrà dissolto.

Si getteranno tanto per cominciare le premesse per il ricatto universale sia delle masse sia dei singoli individui: non essendo infatti il lavoro più disponibile a prescindere dalle competenze che il lavoratore ritiene di possedere, il cittadino sarà costretto alla totale disciplina pur di non perdere la sua sola fonte di sopravvivenza.

E’ inoltre molto più logico che la trasformazione da lavoratore a consumatore avvenga sempre conferendo il minimo reddito universale accettabile dal secondo prima che questi lavori per mettere in discussione l’intero sistema. Se puoi cioè essere un consumatore con 1000 euro al mese, sicuramente non te ne daranno 2000. E forse te ne dovrai far bastare 600 nella misura in cui sono comprimibili i costi dei tuoi diritti: niente bistecche alla fiorentina, ma hamburger di insetti. Niente case in affitto, ma stanze. Dopotutto, il potere di trattativa che il percettore del reddito di cittadinanza può avere è quasi nullo: mentre il lavoratore scambia il proprio tempo e le proprie competenze col salario, cosa scambia un consumatore? La propria attenzione?

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Mentre il lavoratore può venire indebolito solo offrendo ulteriore manodopera a costi inferiori (leggi immigrazione) o sostituendo la sua funzione (leggi robotizzazione), il consumatore è già un elemento passivo. Anzi, bisognerebbe chiedersi: ma cosa sta pagando il capitale al consumatore? Perché dovrebbero darti un reddito di cittadinanza? Perché le multinazionali sono disposte a parlarne? Perché gli stessi politici che cinque anni fa affermavano la necessità di tagliare sulla sanità e l’istruzione per mancanza di risorse ora ritengono sia sensato ragionare di reddito di cittadinanza?

Perché non è un regalo, ma una trappola. Il capitalismo infatti non è una ideologia economica, quella eventualmente è il liberismo che è stata la leva preferita dal capitalismo per un secolo circa, ma nella sua cruda essenza è un sistema di dominio: se il lavoratore non serve più serviranno comunque i poveri.

Ucciso il lavoro, morta la politica

Ma se la dialettica tra capitale e lavoro ha generato l’ingresso delle masse nella politica (e in alcune precise condizioni anche la loro nazionalizzazione) come la conosciamo nell’ultimo secolo, ha generato il concetto di diritto sociale, riflessioni sulla proprietà privata, il concetto di dovere nei confronti della comunità nazionale, uccidendo il lavoro morirà la politica come la intendiamo ora, la mobilitazione sociale infatti sarà impossibile.
Occorre fin da ora ragionare e riflettere sui problemi che la sostituzione tra lavoratore e consumatore porterà con sè: l’idea che il valore nasca dal nulla è una follia che solo i grillini possono raccontarsi e che, non a caso, ha permesso loro di fare danni infiniti non appena entrati nelle stanze dei bottoni.

Il reddito di cittadinanza non libererà dal lavoro, non regalerà tempo libero, relegherà alla passività politica e storica. A diventare sottoproletari o servi e vivere non di frazioni di plusvalore che il capitale chiama salario, ma addirittura delle briciole che, volta per volta, ritiene di farvi cadere. I costi di qualunque servizio che non sia rimanere in casa, mangiare schifezze, guardare Netflix saranno ovviamente proibitivi: non si pensi di andare a fare i turisti col reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza non deve essere inteso come un diritto, d’altra parte un diritto esiste solo se esiste una forza che può punirne la violazione e non è decisamente questo il caso. Il reddito di cittadinanza è ancora una volta un pagamento, uno scambio. Ma se il salario scambiava tempo, vita e competenze in cambio di denaro cosa compra il reddito di cittadinanza? L’accettazione della propria condizione: varrete tanto quanto il capitale riterrà il minimo necessario affinché non nascano problemi che mettano in discussione la legittimità di questo nuovo mondo sorto dalla morte del lavoro.
Varrete quanto la paura che farete.
Varrete quanto la forza – anche fisica – che potrete esprimere.
Varrete quanto sarà credibile la minaccia che sarete.
Meno sarete in grado di concepire una alternativa politica, meno varrete.
Meno sarete credibili nel saper perseguire una lotta politica, meno varrete.
Il reddito di cittadinanza è il diritto di essere schiavi.

Guido Taietti

4 Commenti

  1. Lo vada a raccontare a coloro che non possono lavorare per motivi
    di salute,oppure perché nessuno li assume per motivi di età, oppure a coloro
    che non posseggono una qualificazione.
    Egregio signor Taietti,faccia delle serie ricerche prima di avventurarsi nella sua retorica pseudo intellettuale.

  2. A G.Taietti consiglierei di unire al termine lavoro il termine studio. Così giungerà a delle conclusioni ancora più ficcanti. Pensiamo al quasi paradosso del RdC a chi non può studiare, aggiornarsi, crescere… Di fatto un crollo dello “staterello” vero e proprio! Studio e lavoro insieme, alternandosi, compongono tutta la nostra esistenza.

  3. Il RdC è una sorta di lotteria per i più sfortunati, priva di qualsiasi logica di politica sociale che dovrebbe essere puntare al reinserimento nel tessuto economico e produttivo, fatto solo x “scampio di voto” da parte dei grullini.

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