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Roma, 7 giu – Gli Usa stanno attraversando la più profonda crisi dell’occupazione dalla Grande Recessione, quando la percentuale di disoccupati arrivò quasi al 25%. Solamente nel mese di aprile, infatti, ben 20,5 milioni di americani persero il lavoro conseguentemente ad un mese intero di assoluto lockdown, portando i disoccupati quasi al 15% della popolazione, triplicando così il valore del mese precedente.

Durante l’ultima settimana di marzo, però, l’amministrazione Trump ha firmato un accordo storico con i senatori democratici e quelli repubblicani, per un pacchetto di misure da duemila miliardi di dollari al fine di fronteggiare la crisi economica dovuta alla travolgente epidemia di coronavirus. I due trilioni sarebbero finiti nell’economia statunitense tramite agevolazioni fiscali, enormi finanziamenti alle imprese, e addirittura assegni ai cittadini: un’unione di prestiti ed emissioni a fondo perduto utile a far ripartire l’intero sistema economico degli Stati Uniti.

Negli Usa 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro, mentre l’Ue sta a guardare

Dal rapporto del Dipartimento del Lavoro Usa è emerso che, nel solo mese di maggio, sono stati creati ben 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro, con una contrazione della disoccupazione di 1.4 punti, assestata ora al 13,3%. Palesemente è ancora molto presto per parlare al passato della crisi economica ed occupazionale, però il dato fortemente positivo registrato durante lo scorso mese fa ben sperare circa una prossima e rapida ripresa.

Quella statunitense è una prova innegabile dell’utilità di un piano di investimenti tanto maestoso quanto solido, indipendente da entità esterne rispetto alla nazione stessa. Senza dipendere da alcun istituto sovranazionale, infatti, il governo degli Usa ha potuto emettere un enorme quantitativo di denaro a fondo perduto, oltre ovviamente a prestiti alle imprese.

Questo è un punto chiave della ripartenza americana, che sembra non esser stato compreso dai leader europei, dai quali non emerge ancora alcuna certezza: la risposta italiana, di per sé tremendamente scarsa, insufficiente ed inconsistente, non è stata neanche lontanamente coadiuvata da un piano solido messo in atto dall’Unione Europea.

Ad oggi, a distanza di mesi dall’inizio dell’emergenza economica dovuta alla pandemia, se nel continente americano si inizia a vedere la luce in fondo al tunnel, in quello europeo si sta a guardare, e si discute ancora sulla creazione di (presunti) aiuti, ad oggi ancora inesistenti.

“Black Lives Matter”, il movimento che rallenta la ripartenza

“Looters”, in italiano “saccheggiatori”, un termine sempre più ricorrente fra i reporter in suolo americano, è usato ormai quotidianamente grazie al movimento “Black Lives Matter”, che si è diffuso negli Usa a macchia d’olio in seguito all’uccisione dell’afroamericano George Floyd.

La protesta pacifica si è presto trasformata in una vera e propria rivolta armata, condotta per mezzo di saccheggi, violenze incondizionate, e distruzione. È questa l’altra faccia della ripartenza economica statunitense: se da un lato, infatti, il governo e i suoi cittadini stanno collaborando per riuscire a riacquisire una condizione economica mediamente accettabile, dall’altro i “Black Lives Matter” rallentano questo processo.

Diversi negozi nelle grandi città degli Stati Uniti, tra l’altro, avevano già riaperto o, quantomeno, avevano intenzione di riaprire nella seconda metà di maggio ma, a causa dei saccheggi e degli atti vandalici di alcuni presunti antirazzisti americani, hanno dovuto richiudere i battenti. Questo rischia di causare un altro ciclo di perdite di posti di lavoro.

Giacomo Garuti

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