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Roma, 3 mag – Il presupposto di ogni rivolgimento politico risiede nelle premesse culturali con un rapporto di dipendenza diretta. Non vi può essere rivoluzione se non si minano i disvalori della modernità e si dissacrano i suoi sacerdoti, se non si delineano diversi modelli, se non si mettono in atto prassi differenti. Non c’è dubbio che, invece, il sindacato è oggi la trincea più avanzata dell’impegno sociale. E’ commistione con la realtà, interventismo e progettualità, quotidiano misurarsi con il contingente e visione a lungo termine.



Vi sono poche altre opportunità di cimentarsi all’arma bianca con quello che tempo addietro era facilmente riconoscibile come “il sistema”. Soprattutto per imparare a conoscerlo, per comprendere le sue tecniche ed elaborare efficaci contromosse che spesso passano per lo scontro frontale ma altre volte devono fare appello ad altre tecniche, sempre però asservite al risultato voluto.

I somministrati Amazon

La vicenda dei somministrati Amazon, nella sua brutalità, consente anche di cogliere l’opportunità di conoscere a fondo la realtà, di guardarla senza infingimenti, di svelarne la vergognosa bassezza, la profonda ipocrisia.

I somministrati Amazon che hanno perso la causa lo scorso 13 novembre, e sono stati anche condannati a pagare le spese, sono gli schiavi moderni condannati a pagarsi i ceppi e le catene. Sono i crocefissi della globalizzazione che devono pagarsi il legno su cui sono stati inchiodati da un progresso che vede pochi carnefici godere solitamente anche del muto consenso dei perseguitati, grazie alla sempre più crescente banalizzazione di un “sistema di diritti” che ormai si riduce a declamazioni inefficaci quando non trasmigra verso ogni forma di degenerazione sociale ed individuale.

Quella dei precari dell’e-commerce racconta una favola ancor più triste, che però non sorprende i più avveduti, perché la grave colpa (se colpa può essere definita) è stata fidarsi delle istituzioni.

Molti di questi lavoratori (giovani e non) non si erano mai nemmeno avvicinati al sindacato, consapevoli della loro precarietà, della condizione di soggezione. Gli stessi colleghi delegati sindacali, in occasione dell’ormai storico sciopero del 23 novembre 2017, chiedevano a chi arrivava ai tornelli:

“Sei verde?”
“Sì!”
“Allora entra….stiamo fuori noi, anche per te!”

La coerenza sta nel fine, non nel metodo

Perché nella società degli uguali c’è un posto dove i lavoratori a tempo indeterminato hanno il badge blu, quelli precari verde. Ma è rettangolare, una forma geometrica politicamente corretta, e non ci sono numeri, c’è il codice a barre.

Ad un certo punto però la stampa impazza perché “lo Stato” è intervenuto, ha ispezionato, ha verbalizzato, ha disposto. Non basta. Un organo del governo li va a cercare casa per casa, li identifica, gli scrive di attivarsi: “Perché tu, proprio tu, indicato per nome e cognome, hai un diritto da far valere”. Ci crediamo. Partiamo tutti. Alla fine, è andata persa. E le spese sono state accollate ai meschini sprovveduti per aver intrapreso un’azione che era chiaro non aveva i presupposti.

Non sappiamo chi ha perso veramente. Di certo ha vinto la logica delle multinazionali che quando non riescono a condizionare le norme del convivere civile, possono sempre eluderle impunemente. E’ altrettanto certo che con i parlamentari che hanno compreso le ragioni dei somministrati Amazon si sia cercato di alzare il velo di questo sconcio meretricio delle istituzioni, chiedendo conto anche al Prefetto di Piacenza che rappresenta sul territorio quel governo che ad oggi non ha mostrato alcun sussulto, se non di dignità, almeno di vergogna, per quanto accaduto.

La cosa più certa è però che se le vittorie tonificano, le sconfitte fortificano. Non è vero sempre che sotto i colpi dei più forti i giusti si piegano. Talvolta trovano nelle sconfitte la rabbia che alleva le vittorie.

Pino De Rosa



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