o-PARTITE-IVA-facebook-750x410Roma, 30 gen – Solo sei lavoratori autonomi su cento saranno tutelati dal nuovo statuto voluto dal governo Renzi. Questo è quanto risulta da una ricerca dell’ufficio studi della CGIA di Mestre. “L’istituzione di un pacchetto di misure a sostegno dei redditi degli autonomi va salutata positivamente – sostiene il Coordinatore dell’ufficio studi Paolo Zabeo – peccato che coinvolga un numero di lavoratori molto contenuto”. Infatti, secondo la Cgia: “Sono poco meno di 220.500 su 3.900.000 le partite Iva che saranno interessate dal nuovo statuto dei lavoratori autonomi”.



Malgrado questa bocciatura non mancano quelli che esaltano questa riforma. Uno di questi, guarda caso, è un consigliere di Matteo Renzi. Ma, questo è un dato del tutto marginale. Ad esempio, Maurizio Del Conte, professore alla Bocconi, (consigliere giuridico del presidente del Consiglio, ed estensore dello Statuto degli autonomi) parla di “Una svolta culturale. Si dà piena dignità al lavoro autonomo, diverso sì dal lavoro subordinato ma non minore”. Ma, sarà davvero così? Per rispondere a questo quesito è bene analizzare ciò che il governo si è prefissato di fare.

Sono ventuno gli articoli che compongono questo mini Statuto degli autonomi. Iniziamo dalle tutele. In primis, ci prefigge di tutelare il collaboratore dalle condotte abusive del committente. L’articolo 3, in particolare, dispone: “Si considerano abusive e prive di effetto le clausole che attribuiscono al committente la facoltà di modificare unilateralmente le condizioni del contratto o, nel caso di contratto avente ad oggetto una prestazione continuativa, di recedere da esso senza un congruo preavviso nonché le clausole mediante le quali le parti concordano termini di pagamento superiori a sessanta giorni”.

Anche se qualche gufo, animato da invidia risentimento e venalità, fa notare un piccolo e insignificante particolare. Leggendo il decreto, infatti, si scopre che: “Gravidanza, malattia e infortunio non comportano l’estinzione del rapporto di lavoro. L’esecuzione rimane sospesa, senza diritto al corrispettivo, per un periodo non superiore a centocinquanta giorni”. Finalmente i lavoratori autonomi potranno ammalarsi e procreare senza il timore di ricevere il ben servito da parte del datore di lavoro. Possono, pure andare in ferie. Ecco il nuovo miracolo italiano di Renzi. Anche se qualche gufo, animato da invidia risentimento e venalità, si pone una domanda: chi e quanto ti pagano se sei malato o aspetti un figlio? Analizziamo in fondo il provvedimento e troveremo la risposta a questa domanda. Infatti, l’assegno di maternità per cinque mesi non sarà più vincolato alla sospensione dell’attività lavorativa, ma sarà erogato anche se la lavoratrice autonoma, come spesso accade, deve continuare a far fronte agli impegni presi. Le lavoratrici iscritte alla gestione separata Inps hanno già diritto a cinque mesi di maternità pagati all’80% in funzione dei loro redditi medi. Queste lavoratrici però – a differenza di quanto avviene per artigiane e commercianti – sono tenute a non lavorare durante la maternità. Ciò mette a rischio le loro attività. Il disegno di legge toglie questo obbligo e permetterà di non interrompere del tutto il lavoro. Le future madri potranno continuare a lavorare. Certo, sarebbe meglio che potessero scegliere di prendersi una pausa dal lavoro senza perdere il posto. Questa garanzia dovrebbe valere per il collaboratore monomandatario.

In caso di malattie gravi, comprese quelle oncologiche, di lunghezza superiore ai sessanta giorni, il versamento dei contributi previdenziali viene sospeso per l’intera durata del periodo di malattia. Ciò può avvenire per un arco di tempo massimo di due anni. Quando il lavoratore autonomo riprenderà la sua attività potrà saldare a rate il debito previdenziale. I versamenti potranno essere “diluiti” in rate mensili nell’arco di un periodo pari a tre volte quello di sospensione dell’attività lavorativa. In pratica, se hai un cancro non paghi i contributi per due anni, anche se poi salderai tutto in comode rate. E sarebbe questa la #voltabuona di Renzi? Se questo non basta, come detto prima, la platea dei “beneficiari”, sarà esigua.

Per esempio, i giornalisti hanno lanciato un messaggio forte al Governo. Il primo gennaio quattordici  freelance attivi nella Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi, hanno scritto una lettera al premier, evidenziando invece che “lo sfruttamento nel settore dei media non solo esiste, ma sta danneggiando la libertà dell’informazione”. Nella lettera, che ha ottenuto in pochi giorni l’adesione di circa trecento giornalisti – molti precari. Inoltre i lavoratori autonomi e atipici sono oggi il 62,6% dei giornalisti attivi, e sono in rapida crescita. Giornalisti che hanno hanno redditi medi da 11mila euro lordi l’anno e, nella metà dei casi, di circa 5mila, con spese a proprio carico, e con una netta disparità di diritti, tutele e forza di contrattazione rispetto ai colleghi dipendenti”.

Ma questo non è un problema che riguarda solo la stampa. Lo stesso studio della Cgia ricorda come tra il 2010 e il 2014 (ultimo dato disponibile) questa categoria di contribuenti iscritta alla gestione separata Inps è aumentata del 19.2% con punte del 44% in Sicilia e del 36% in Puglia.  Le professioni maggiormente interessate sono guide turistiche, grafici-pubblicitari, consulenti tributari, etc.

Le uniche due cose che avrebbero fatto la differenza mancano. Parliamo del principio dell’equo compenso, e del welfare. Con le liberalizzazioni delle professioni mancano, infatti, quelle tutele che solo gli ordini professionali garantivano in passato. Un autonomo deve avere il diritto a percepire per ogni suo prestazione una tariffa minima. L’assenza di un regime di minimi provoca l’impoverimento culturale e materiale delle libere professioni. Scatta la concorrenza al ribasso.

Importantissimo è anche il tema della previdenza. Non si può pensare che i lavoratori autonomi paghino i contributi all’Inps, l’Irpef, ed in più si facciano una bella assicurazione per garantirsi una serena vecchiaia. In più devono anche spendere molto per sostenere la domanda interna. Il tutto con un reddito che spesso non supera i quindici mila euro l’anno.

Non stupiamoci se ad un concorso pubblico per fare il vigile urbano vediamo sfilare avvocati, architetti, ed altri liberi professionisti.

Salvatore Recupero

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