Roma, 4 nov – Dopo l’esercizio dei poteri speciali sulla security di Tim e delle sue controllate (Sparkle e Telsy), il Consiglio dei Ministri ha attivato la golden power anche sull’intera rete di telecomunicazioni finita sotto il controllo dei francesi di Vivendi fin dal 2016.


Il provvedimento, ampiamente preannunciato nelle scorse settimane, è arrivato a valle di un’istruttoria dell’esecutivo che ha sottolineato come la diversa missione industriale dei francesi potrebbe “determinare mutamenti nelle scelte organizzative e strategiche di TIM, rilevanti per il funzionamento, la sicurezza e l’integrità delle reti, con conseguente minaccia di grave pregiudizio degli interessi pubblici”. Non è del resto un segreto che l’obiettivo principale di Vivendi, che fra le altre controlla anche Canal+ con cui Tim ha già concluso una joint venture, sia la creazione di un’importante media company europea in grado di competere con i colossi della pay-tv e dello streaming.

Da qui l’evidente cambio di marcia di Telecom Italia sull’intero fronte infrastrutturale, dove dopo un colpevole ritardo ultradecennale la società aveva iniziato a investire con decisione. In particolare con il piano per la realizzazione della rete Fiber to the Cabinet sull’intero territorio nazionale e l’annuncio della creazione della newco Cassiopea. Un attivismo che aveva creato evidenti frizioni fra l’azienda e il governo, già fortemente sbilanciato verso Open Fiber (joint venture Enel – Cassa Depositi e Prestiti), destinataria dei fondi europei per la realizzazione di una rete in fibra ottica nelle aree più periferiche del Paese: la competizione con Tim sarebbe stata evidentemente poco sostenibile.

Nello specifico, la golden power esercitata dal governo include “prescrizioni e condizioni destinate all’adozione di adeguati piani di sviluppo, investimento e manutenzione sulle reti e sugli impianti” nonché l’eventuale veto alle delibere, atti e operazioni “che diano luogo a una situazione eccezionale di minaccia effettiva di grave pregiudizio per gli interessi pubblici”. Insomma, poteri tutti ancora da esercitare e che, in attesa delle elezioni del 2018, potrebbero preludere allo scorporo e alla vendita della rete a un soggetto terzo. Ipotesi su cui il neopresidente di Tim, nonché amministratore delegato di Vivendi, Arnoud de Puyfointane, non è sembrato di certo contrario quando, in una recente intervista a Repubblica, ha affermato che lo scorporo “ha un senso se ci si pone l’obiettivo di migliorare ancora la neutralità e di arrivare prima alla digitalizzazione del Paese”.

In realtà, fra le righe, bisognerebbe aggiungere che l’operazione potrebbe fruttare a Tim più di quindici miliardi. Un bel gruzzolo da destinare alla riduzione dell’enorme debito, accumulato in seguito a una privatizzazione indecente realizzata dal governo Prodi, e capace, secondo gli analisti di Mediobanca Securities, di far raddoppiare il valore del titolo dagli attuali 0,75 a 1,58 Euro. Ma anche di aprire a scenari ancora troppo incerti, qualora la rete entrasse nella disponibilità della Cassa Depositi e Prestiti o di Open Fiber, configurando un modello di settore con pochissimi e non sempre apprezzabili precedenti a livello mondiale.

C’è forse di peggio: secondo un’indiscrezione del Sole 24Ore, il ministero dello Sviluppo Economico starebbe lavorando a un emendamento in grado di tagliare l’importo della sanzione cui sarebbe soggetto il gruppo guidato da Vincent Bolloré, a causa della tardiva notifica di ingresso nel capitale di Tim. Secondo la normativa vigente, la sanzione non dovrebbe essere inferiore all’uno percento del fatturato dell’azienda italiana, che nel 2016 ha chiuso il bilancio con ricavi di poco inferiori ai venti miliardi di euro. Un vero e proprio regalo che arriva a pochi giorni dall’incontro del Ministro Calenda con Amos Genish, il manager israeliano in quota Vivendi di recente nominato ad di Tim.

Non stupisce quindi che, allo stato attuale, il governo ci lasci con una delle più importanti realtà del Paese (in termini di investimenti e occupazione oltre che di attività) in mano straniera, per giunta con l’asset più prezioso in bilico fra deperimento ed esproprio (prima o poi la residuale rete in rame dovrà essere sostituita dalla fibra ottica). Una situazione che la sola golden power non può evidentemente sanare.

Armando Haller

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