Roma, 6 nov – Basteranno alcune trivelle in più a placare la sete italiana di gas naturale? Con il via libera del governo alle nuove perforazioni, il nostro sottosuolo si candida a tornare protagonista dello sviluppo nazionale. E forse non è un caso che tutto ciò avvenga a sessant’anni esatti dal martirio di Enrico Mattei, primo a capire le potenzialità del cosiddetto “oro blu”.

Nelle intenzioni dell’esecutivo l’allentamento dei vincoli sulle trivelle dovrebbe garantire, da qui a dieci anni e a partire già dal prossimo, almeno 1,5 miliardi di metri cubi di gas naturale in più. Destinati per il 75%, almeno inizialmente, a soddisfare la domanda delle imprese “gasivore”, quelle che più hanno dovuto subire il colpo dell’impennata delle quotazioni e che potranno così contare su una fornitura a prezzo calmierato.

L’ammontare di gas aggiuntivo estraibile quasi immediatamente può sembrare modesta se paragonata al nostro fabbisogno – circa 70 miliardi di metri cubi nei 12 mesi – ma rappresenta un deciso cambio di passo rispetto al recente passato. La produzione italiana è (era) infatti in declino da tempo: quindici anni fa dal sottosuolo della penisola arrivavano circa 10 miliardi di metri cubi ogni anno, oggi ridotti a meno di 3,5. Un miliardo e mezzo di metri cubi extra rappresentano dunque un incremento, non indifferente, di oltre il 40%.

Trivelle: un “tesoretto” di idrocarburi sotto l’Italia

Tale cifra potrebbe persino salire. E non di poco. Il governo si è infatti limitato, almeno per il momento, al solo gas da trivelle posizionate sui fondali marini, dove stando ai dati del ministero della Transizione ecologica si troverebbero 17,7 miliardi di metri cubi di riserve certe e 14,5 di riserve probabili. Se si sposta l’attenzione sulla terraferma, i dati sono anche migliori: 22,1 miliardi di metri cubi di riserve certe, quasi 30 di probabili e poco meno di 25 di possibili. Volendo fare una valutazione ottimistica (considerando la somma di riserve certe e probabili) significa che l’Italia “galleggia” tra terra e mare su giacimenti per oltre 80 miliardi di metri cubi. Non tutti immediatamente coltivabili, certo. Ma sicuramente un tesoretto di cui tenere conto.

Sempre in chiave ottimistica, significa che potremmo arrivare a coprire, con produzione interna, quasi il 20% delle nostre esigenze. Discorso simile vale per il petrolio: ne estrazioni 4,8 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno pari a 55,3 e con riserve (sempre considerando la somma tra certe e probabili) per 155. Sul greggio il discorso è più complicato, ma è comunque pensabile di poter arrivare a coprire il 10% della domanda da fonte nazionale. Il tutto con effetti positivi non solo sulle bollette, ma anche di altra natura: a partire dall’occupazione di settore (estremamente specializzata), passando per la riduzione della dipendenza dall’estero e arrivando al miglioramento della nostra bilancia commerciale. Bentornate, trivelle.

Filippo Burla

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