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Roma, 20 mar – Durante l’emergenza coronavirus uno dei temi di scontro all’interno dell’agorà politica (e mediatica) è stato quello relativo al ruolo dell’Unione Europa. Superando la malriposta euforia per il Recovery Fund (contenitore perlopiù di stringenti condizionalità, senza tempistica certa e comunque a nostro carico) urge allarmarsi per il ritorno del Patto di stabilità. Parliamo dello strumento nato nel 1997 per controllare le politiche di bilancio degli Stati, accertando il rispetto dei requisiti di adesione all’Ue.



Il Patto di stabilità ritorna dal 2023?

La sua sospensione decisa all’alba della crisi da lockdown ha concesso una maggiore libertà di spesa alle nazioni. Questo al fine di poter contrastare gli effetti della pandemia. Tuttavia, dalle parti di Bruxelles la “gentile concessione” pare aver comportato più di un malumore. Negli scorsi mesi il commissario europeo Paolo Gentiloni aveva già avvisato della possibilità di un ritorno del Patto appena terminata l’emergenza. A rincarare la dose è poi arrivato il vicepresidente Valdis Dombrovskis. Onde evitare fraintendimenti sul cambiamento dell’Ue, il lettone ha dichiarato: “La clausola di salvaguardia generale (del Patto di stabilità, ndr) sembra destinata a rimanere attiva nel 2022, ma non più a partire dal 2023”. Egli ha inoltre raccomandato di “fare buon uso” delle risorse del Recovery Fund, evitando disavanzi e debiti aggiuntivi.

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Chi quotidianamente segue le vicende economiche e politiche europee saprà comprendere il vero fine celato dietro ai “consigli”: non appena trovato l’escamotage per il reinserimento del Patto di Stabilità, ogni nazione non in linea con i rigidi parametri comunitari potrà essere sottoposta a sanzioni. Con il Recovery Fund ancora in stato embrionale e l’incertezza sulle modalità di arrivo dei fondi, aspettarsi spesa tempestiva è arduo. Inoltre, Dombrovskis stenta a ricordare che l’erogazione dei fondi avverrà in maniera scaglionata e nonterminerà prima della fine del 2026.

Ue ed euro: due strumenti sbagliati sin dall’inizio

Ad ostacolare le ambizioni di chi propone l’abolizione o la riforma del Patto si sono aggiunte le dichiarazioni al vetriolo di alcuni membri della Cdu, il partito di Angela Merkel. Ad esempio, il responsabile dell’Economia del Ppe Markus Ferber ha attaccato duramente Gentiloni dichiarando: “La pandemia sembra essere il pretesto perfetto per coloro che volevano sbarazzarsi delle regole fiscali Ue. Purtroppo la principale preoccupazione di Gentiloni sembra quella di aggiungere più esenzioni ad un quadro giuridico che ha più eccezioni che regole. Sembra che si accontenti di smantellare gradualmente le fondamenta del Patto di stabilità e crescita, piuttosto che di salvaguardare la stabilità dell’euro”.

Pertanto, con l’influenza esercitata nella Ue da figure come Ferber è alquanto improbabile pensare di poter ottenere riforme e cambiamenti dell’Unione auspicate da alcuni. Sarebbe di vitale importanza comprendere che Unione europea (ed euro) sono strumenti sbagliati sin dal principio. Ritenere che entrambi, ancor più in un momento di crisi, possano condurci alla salvezza è un profondo errore: sono proprio i vincoli della moneta unica e le scelte dei burocrati di Bruxelles ad averci condotto all’instabilità economica. Aggravata in ultimo dall’avvento del virus cinese.

Tommaso Alessandro De Filippo

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