Roma, 20 mar – Non passa giorno senza che la grancassa mediatica sostenga che l’euro per l’Italia sia stato un enorme successo e che senza di esso saremmo rovinati. Basti pensare all’attuale presidente del consiglio Mario Draghi, che anche di recente ha parlato dell’euro come “irreversibile“.



Le cose stanno veramente così? L’esperienza quotidiana ci dice che, dall’introduzione della moneta unica, molti italiani si sono impoveriti e la crescita economica ne ha risentito fortemente: siamo da anni stretti fra stagnazione e recessione.  Non serve, insomma, essere esperti di economia per capire che l’euro non sembra averci portato particolari benefici. Tanto più se pensiamo che le nazioni dell’Ue al di fuori dell’eurozona registrano tassi di sviluppo sempre maggiori.

Euro: la Germania ci guadagna, l’Italia ci perde

A supporto di tale tesi è giunto, di recente, uno studio condotto dall’Università di Friburgo (che non può certo essere accusata di essere un’istituzione euroscettica), il quale confermerebbe gli effetti negativi dell’euro sulla nostra nazione (e non solo).

Considerando il periodo che va dal 1999 al 2017, a guadagnare di più dall’introduzione dell’euro è stata la Germania, dove il guadagno medio pro-capite è statao di 23.116 euro. Segue l’Olanda, 21.003 euro. A rimetterci invece sono stati Spagna, Belgio, Portogallo, Francia e Italia, i cui cittadini si sono impoveriti e di parecchio. Per la prima si parla di una perdita pari a 5.031 euro, 6.370 per il Belgio, 40.604 per Lisbona, 55.996 per Parigi. L’Italia è fanalino di cosa: la perdita (sempre pro-capite) è pari a 73.605 euro.

La nostra nazione è, dunque, quella che ha pagato il prezzo più alto dell’adesione all’area valutaria comune. Ciò non deve sorprendere, dato che in presenza di un cambio fisso, dunque non svalutabile, l’unica strada percorribile è quella di svalutare il lavoro e la domanda interna. Una “cura” alla quale ci ha abituato il governo Monti e di cui Draghi si candida ad essere continuatore.

Giuseppe De Santis

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