Roma, 18 set – A che punto è la vertenza Wärtsilä? L’azienda finlandese due mesi fa ha annunciato la volontà di cessare l’attività produttiva nell’impianto di Bagnoli della Rosandra (Trieste) con conseguenti 451 esuberi per ritornare in Finlandia. Una delocalizzazione che pesa moltissimo sul piano occupazionale, ma che ha anche un forte valore simbolico. Si tratta dell’ennesima società che prende i soldi e poi scappa all’estero. Andiamo con ordine.  

Wärtsilä in Italia

Wärtsilä Italia è parte integrante della società finlandese Wärtsilä Corporation, leader nella fornitura di soluzioni per la generazione di energia, pensate per l’intero ciclo di vita degli impianti per il settore marino e terrestre. Nel 1997 il Gruppo Wärtsilä acquisisce una quota delle azioni di GMT (Grandi Motori Trieste S.p.A.), per poi rilevarne l’intera proprietà nel 1999. Nel 2000 viene costituita la società Wartsila Italia S.p.A. Oggi l’azienda conta in Italia 1.150 dipendenti, di cui circa 970 a Trieste e i restanti impiegati nelle sedi di Genova, Napoli e Taranto.

Il sito di Trieste sviluppa, commercializza, produce e offre servizi di assistenza per un’ampia gamma di motori a velocità media con un range di potenza da 1,9 MW a 23 MW.

Delocalizzare con le tasche piene

Ciò che è avvenuto nel 1999 (ossia la vendita di una società italiana ad una straniera) ha preparato la strada a ciò che succede oggi. Le multinazionali non portano il benessere ma acquistano aziende per abbassare il costo del lavoro. Quando le cose non vanno secondo i desiderata dei manager prima iniziano a lamentarsi poi annunciano gli esuberi.

Tornando alla succitata vertenza, ci vuole una bella faccia tosta a lasciare l’Italia. Tanti sono stati i soldi che Wärtsilä ha incassato dal governo e non solo. Secondo i sindacati l’azienda ha ricevuto 60 milioni finanziamenti pubblici negli ultimi 6 anni.

La società, al contrario, dichiara di aver ricevuto solo 16,8 milioni. Di cui 8,97 milioni ricevuti e 7,85 ancora pending. Secondo la Regione Friuli Venezia Giulia i manager del gruppo finlandese dimenticano 30 milioni di garanzie Sace, 20 milioni di aiuti nel 2017 e addirittura 34 milioni Pnrr richiesti lo scorso aprile.

 A questo proposito va citato quando ha detto su Il Sole 24 Ore Alessia Rosolen assessore al Lavoro della Regione Friuli Venezia Giulia. Quest’ultima parla dei: “Venti milioni di euro che vennero richiesti nel 2017 per superare una crisi produttiva della società. Allo stesso anno risale un’operazione con cui Wärtsilä Italia ha ceduto due capannoni e le aree contigue a Interporto di Trieste Spa per 20 milioni di euro, capitali che derivano dal subentro nella società delle quote della ex Provincia di Trieste da parte di Friulia e autorità portuale. Da ultimo ci sono poi i 34 milioni di euro richiesti allo sportello Pnrr lo scorso aprile. Da questi numeri rimangono poi esclusi gli importanti contributi per la cassa integrazione ordinaria”.

I finlandesi nel giro di pochi mesi sono passati dalle richieste agli esuberi. Atteggiamento tipico delle multinazionali. Ovviamente Wärtsilä ci tiene alla propria immagine e per questo ha giustificato il suo piano parlando di un’indispensabile riduzione dei costi. Ha perfino dedicato un pensiero anche all’Italia.  “Siamo consapevoli- spiegano i manager finlandesi- dell’impatto che questa decisione avrà sulle persone e sulle loro famiglie e ci impegniamo fin da subito a collaborare con le organizzazioni sindacali e le Istituzioni per individuare tutte le possibili soluzioni per supportare le nostre persone – precisando che per lo stabilimento triestino – il Gruppo sta valutando la possibilità di futuri investimenti legati allo sviluppo di tecnologie per carburanti sostenibili. La nuova organizzazione non avrà impatto sul portafoglio motori di Wärtsilä e la supply chain rimarrà in gran parte immutata, compresi i fornitori italiani”.

Il piano di mitigazione

Per mitigare l’impatto della delocalizzazione, l’azienda ha fatto anche un misero tentativo di conciliazione. In anticipo sulla scadenza, Wartsila ha inviato il piano di mitigazione (re-indutrializzazione) ai rappresentanti dei lavoratori, al Mise, al Ministero del Lavoro, all’Anpal, alla Regione Friuli Venezia Giulia e a Confindustria Alto Adriatico.

“Il piano – precisa il gruppo finlandese – fa seguito all’annuncio del 14 luglio di ottimizzare ulteriormente la struttura produttiva di motori a livello europeo. È suddiviso in tre sezioni: possibili percorsi di reindustrializzazione, misure sociali e tempistica. Contiene le azioni che l’azienda è disposta a mettere in campo, previo accordo, per mitigare gli effetti della sua decisione. Come indicato nel corso dell’ultimo incontro convocato dal Ministro Giorgetti al Mise, è stato affidato a un advisor specializzato in progetti di reindustrializzazione il compito di ricercare attivamente potenziali aziende interessate a insediare attività produttive a Trieste”.

Ovviamente queste belle parola non sono bastate per placare l’ira dei sindacati, degli enti locali e del governo.

Da Wartsila, spiega all’Ansa Antonio Rodà della Uilm, “propongono di individuare un advisor che si occupi di reindustrializzare l’area, ma non c’è nessun elemento completo” a riguardo. Si propone la cassa integrazione per “451 dipendenti a rotazione”, come “offerta per chiudere l’accordo”, che saranno impiegati per portare a termine le commesse e “coadiuvare nella chiusura del sito”. Si parla poi di “un’apertura a eventuali percorsi di uscite di carattere volontario incentivato, ricollocazione anche sui siti sparsi nel mondo di Wartsila. È un piano – conclude – che per Trieste non ha nessuna prospettiva”.

Anche la Regione Friuli Venezia Giulia è sul piede di guerra. Il 28 settembre è prevista l’udienza per il ricorso presentato dalla sola Regione amministrata da Massimiliano Fedriga contro la norma attuale sulle delocalizzazioni dove viene chiesta una verifica di costituzionalità.

“Il ricorso presentato dalla Regione rappresenta una novità assoluta a livello nazionale nell’ambito delle procedure di delocalizzazione delle grandi imprese e contesta da un punto di vista procedurale la scelta di Wartsila dal punto di vista normativo la costituzionalità della stessa procedura” ha sottolineato l’assessore regionale al Lavoro.

Ed infine anche il governo non rinuncia a farsi sentire. Secondo Il Sole 24 Ore “il Governo italiano potrebbe chiedere la restituzione dei contributi pubblici degli ultimi 5 anni alle multinazionali che scelgono di delocalizzare, senza presentare un valido piano di reindustrializzazione, rilancio e ricollocazione. Sarebbe questo uno dei punti di contatto delle due diverse proposte per la stretta antidelocalizzazioni cui stanno lavorando il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e quello del Lavoro, Andrea Orlando, per evitare altri casi Wärtsilä”.

Insomma la multinazionale che scappa deve ridare i soldi che si è intascata. Sarebbe una buona idea. Ma scommettiamo che anche stavolta, visti i precedenti, a pagare saranno soltanto i lavoratori triestini?

Salvatore Recupero

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