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Roma, 29 giu – Non c’è dubbio, nell’era del social networking, anche un banale tweet viaggia più veloce di un missile. Molti potrebbero però obiettare che tuttavia tra i due non ci sia paragone a livello di capacità distruttive, letali per così dire. Ma non è esattamente così e proveremo a spiegare perché, partendo da un presupposto semplice. L’utilizzo dei bambini nella propaganda di guerra non è cosa sicuramente nuova. Nel 1973, Huynh Cong Út vinse il premio Pulitzer con una foto che avrebbe fatto il giro del Mondo e sarebbe diventata un’icona della guerra moderna e delle sue tragedie. La foto ritrae la bambina vietnamita, Kim Phuc, che corre nuda per la strada, terrorizzata e ferita dopo un attacco con bombe napalm (sganciate da aerei USA/SudVietnamiti) sul suo villaggio. La foto fece ovviamente il giro del mondo e riportò alla coscienza dell’opinione pubblica la crudeltà di una guerra sempre più impopolare e praticamente suggellò il definitivo ritiro, quasi vittorioso, degli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam (già praticamente avvenuto). L’exit USA dopo venti anni di guerra, milioni di vittime, era divenuto così popolare da mettere in secondo piano tutto il resto…

Ventisette anni fa, nell’agosto del 1990, le truppe irachene di Saddam Hussein invadono il Kuwait. Contrariamente all’enfasi emotiva che ben presto avrebbe caratterizzato la “santa” guerra di liberazione del piccolo emirato e ridisegnato molti degli equilibri in quella zona, inizialmente l’intervento occidentale non aveva comunque un largo consenso nelle opinioni pubbliche interne. Vengono per questo approntate numerose operazioni mediatiche, tra cui la più famosa fu quella riguardante soldati iracheni che introdottisi nell’Ospedale di Kuwait City avrebbero rovesciato le incubatrici provocando la morte di oltre trecento neonati. Poco dopo, una bambina kuwaitiana di nome Nayirah, viene invitata come testimone della vicenda. L’opinione pubblica, incendiata dalla crudeltà dei soldati di Saddam, appoggiò con fanatico entusiasmo la campagna militare di Schwarzkopf & co. Solo due anni più tardi, a giochi ovviamente fatti e archiviati, si scoprirà che Nayirah era la figlia dell’Ambasciatore del Kuwait a Washington e che la notizia era stata commissionata dall’ associazione “Free Kuwait”, vicina al governo kuwaitiano in esilio, alla Hill&Knowlton, un’agenzia di pubbliche relazioni. Le centinaia di migliaia di vittime dell’Iraq post-Saddam, il proliferare del terrorismo islamista sono conseguenze non proprio definibili archiviate e molto più che attuali ancora oggi…

Arriviamo finalmente e purtroppo ai fatti odierni. E’ più di una verità lapalissiana che l’utilizzo dei bambini, e non solo, nella propaganda della guerra in Siria sia stata ed è praticamente, per così dire, endemica. Oltre ad essere l’intero strumento propagandistico, giunto ad un livello quasi incontrollabile, efficientissimo, complici soprattutto gli strumenti tecnologici e di massa di cui si avvale. All’inizio della guerra, tra il 2011 ed il 2012, i presunti bombardamenti sulle scuole da parte dell’Esercito siriano influenzarono l’opinione pubblica di quanto fosse opportuna la “democratizzazione” della Siria, non importava ad opera di chi o cosa, l’importante era abbattere il sanguinario “dittatore” che con i suoi aguzzini uccideva il suo stesso popolo. Questi video virali, poi rivelatisi falsi o non riconducili ai soldati siriani, avevano raggiunto comunque l’obiettivo, intensificare la guerra, convenzionale e non, contro la nazione siriana. Poi, in una serie infinita, di tentativi più o meno riusciti a sostenere questa tesi, si sono susseguiti gli attacchi coi gas, le barrel bombs, gli infiniti ospedali pediatrici di Aleppo, addirittura i terroristi dalla vocazione umanitaria, i famosi “white helmets” vincitori oscar, di cui abbiamo ampiamente trattato sulle colonne de Il Primato Nazionale, e così via. Tutto ripreso a velocità digitale. Una campagna micidiale, chirurgica, di abbattimento della Siria. Una campagna istigatrice di sanzioni (e quindi vittime), isolamento internazionale, distruzione. Tra gli aspetti più riusciti della guerra mediatica è sicuramente il caso di Alabed Bana, la bambina “tweets”, definita recentemente dal Time magazine come una delle persone più influenti al mondo.

Questa bambina prodigio fa l’ingresso nell’onorata società dei “social” a settembre 2016. Intorno a lei, apparentemente un mare fuoco e di disperazione. Siamo ad Aleppo, est precisamente. Non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è elettricità, i terribili soldati siriani (e russi) hanno iniziato l’offensiva finale che dopo pochi mesi li porterà a riprendere l’intera città. Ma lei (o meglio la madre come lei stessa dichiarerà) hanno trovato il tempo e la calma di parlare al globo attraverso Twitter o meglio ancora Al Jazeera, quella stessa tv che nei primi mesi del conflitto aveva riprodotto nei suoi “studios” le principali piazze siriane cadute in mano agli “insorti”. E quasi come una legge fisica, i “cinguettii” dell’innocente bambina di sette anni diventano più veloci di armi antiaeree. L’Esercito siriano, il legittimo esercito siriano, è accusato di ogni barbarie, addirittura di aver distrutto la scuola frequentata da Bana, quale bambina di sette anni non si lamenterebbe in perfetto inglese, utilizzato molto più agevolmente della lingua madre, l’arabo, di non poter andare più a scuola? La cosa sembra funzionare, il mondo è attonito, opinioniste e starlette sono indignate, l’Esercito siriano si ferma. Si aprono così i corridoi umanitari. Molti terroristi si mettono in salvo. Peccato che la maggior parte dei civili asserragliati ad Aleppo sceglie di raggiungere i quartieri controllati dai soldati di Assad, in un più che simbolico quanto salvifico ritorno a casa, ma questo è solo un dettaglio. Pochi, pochissimi infatti, decidono di raggiungere Idlib, dove le orde di Al Qaeda e dei vari eserciti della “salvezza” in salsa islamista la fanno da padroni. Tra questi pochi c’è Alabed Bana con mamma e papà, quest’ultimo, Ghassan Alabed membro di un non meglio specificato “consiglio giudiziario di Aleppo est”, facente parte delle fazioni più radicali della galassia terroristica. La salvezza è raggiunta, la vita è salva, a maggio 2017, l’intera famiglia viene accolta con tutti gli onori dal presidente Erdogan e riceve la cittadinanza turca. Questo è il lieto fine della storia di Bana, l’”Anna Frank” siriana (Washington Post). Una storia, contrariamente a quanto raccontato dai principali media mondiali, del tutto diversa da quella subita da centinaia di migliaia di bambini siriani, bisognerebbe avere la forza di passare anche solo cinque minuti con qualcuno di loro con l’esperienza di prigionia in mano all’Isis o a qualche altro gruppo “moderato” per comprendere… E nonostante Bana sia passata a più agevole esistenza, non sono terminati i suoi coraggiosi tweet contro il sanguinario “dittatore” siriano, prodromi di una propaganda che punta ancora, nonostante tutto, ad un’escalation militare per abbattere la resistenza del popolo siriano. Forse solo allora di Bana non si sentirà più parlare.

Giovanni Feola

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