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Roma, 29 giu – “Per questo Giampaoli poneva anche dei problemi che interessavano anche gli operai; ad esempio, la rappresentanza operaia di fabbrica. Questo dissidentismo, che all’inizio ha le medesime caratteristiche di quello di Napoli, prende, a contatto, della grande città industriale, un altro carattere. Il dissidentismo di Giampaoli ha già un netto carattere sindacale”. Questa osservazione, contenuta nelle “Lezioni sul fascismo” di Togliatti, tenute a Mosca, alla Scuola-quadri dell’Internazionale, fra gennaio ed aprile del 1935 (cioè, ben sette anni dopo la fine dell’esperienza giampaolina), consente di ricollocare  la figura di Mario Giampoli nella sua vera dimensione, che è quella di  uomo del popolo, sempre vicino al popolo: “…uscito dalla folla che sa l’arte di governare questa folla e farne un disciplinato esercito pronto a tutto” come scriverà di lui Mario Carli.

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Sindacalista rivoluzionario, interventista, volontario in guerra, prima con i Garibaldini nella Argonne e poi in Italia, presente già a piazza San Sepolcro e successivamente protagonista delle avventure del primo Fascismo milanese, si conquista sul campo i galloni di  dirigente del Fascismo, e non si sottrarrà mai  allo scontro con quei settori del suo stesso Partito più accondiscendenti verso le esigenze di capitale e grande industria. Manterrà la carica di segretario del Fascio fino al 1928, ricoprendo, inoltre, quella di segretario federale dal maggio 1926 al dicembre 1928.  Questi suoi incarichi pubblici significheranno per lui dover entrare, di necessità, in contatto anche con quegli ambienti della finanza bancaria ed industriale che nel cuor suo detesta, preferendo sempre lo squadrismo delle origini, quello più popolano e schietto, destinato all’emarginazione “regimista”.

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Un equilibrio difficile da mantenere, quello di Giampaoli, aggravato dal suo “operaismo”, che lo porta ad essere presente, con riunioni e assemblee, in tutte le fabbriche milanesi, e sempre dalla parte degli operai, come quando, nel marzo del ’25, non esita a schierare il Partito a fianco dei metallurgici in sciopero, arrivando a costituire un “Comitato segreto d’azione”, come nei periodi più roventi dello squadrismo. Si tratta, però, di una lotta troppa dura e spesso condotta dai suoi nemici con metodi tanto meschini quanto letali: lui, che non ha paura di girare di notte anche per i quartieri più “rossi” o malfamati, senza nessuno che lo scorti, con la sua caratteristica cravatta nera svolazzante, presto diventata una moda, “alla giampaolina”, come si dice, non potrà non finire stritolato tra i due bracci dalla tenaglia rappresentati da una parte dall’ostilità finanziario-industriale  e dall’altra dalla lotta di potere tra Arnaldo Mussolini (al quale è più vicino) e Farinacci.

Maldicenze, pettegolezzi velenosi, insinuazioni che arrivano fino al Duce, lo costringono alle dimissioni nel gennaio del 1929, quando la mano passa a Starace (non nuovo a simili interventi “normalizzatori”) che dà corso ad una vastissima epurazione del Fascio milanese, destinata praticamente a durare fino all’8 settembre, quando il vecchio squadrismo (pensiamo, prima di tutti, a Franco Colombo) sarebbe ridisceso in campo. L’inesorabilità staraciana determina anche l’ espulsione dal Partito dell’ex segretario milanese (fino al 1940, quando, dopo la caduta del mastino di Gallipoli, viene riammesso) e lo costringe a trasferirsi a Napoli dove lui, che è un autodidatta, arriva a laurearsi in legge e ad esercitare la professione di avvocato. Risponderà, con i suoi antichi camerati della vigilia, all’appello della RSI (e prima, nell’agosto del ’43, sarà arrestato dalla polizia badogliana), ma morirà prima della fine della guerra, pare di cancro e pare nel 1944.

Giampaoli, all’apice del suo successo politico, pagherà anche il prezzo delle voci che lo vogliono assiduo frequentatore di tavoli da gioco e non rinnegatore di vecchie amicizie con  elementi maschili e femminili di dubbia reputazione. Anche a lui, forse, pensava Camillo Pellizzi, quando, con affettuoso ricordo, non esitò ad ammettere che, nel primo fascismo non mancavano: “fior di canaglie….sì, dico canaglie; di quelle a cui la storia a venire costruisce dei monumenti. Banditi, come quelli che posero le prime pietre di Roma, pirati, come quelli che iniziarono la Repubblica Veneta o  la potenza Britannica, avventurieri come i Paladini dell’epopea cavalleresca, come certi nobili delle Crociate. Sublimi canaglie che si redimevano in un principio di passione etica, in una fiamma di spirito collettivo, in una disciplina anche interiore di obbedienza e sacrificio”.

Giacinto Reale

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