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Abe Pearl HarborTokyo, 6 dic – Shinzo Abe sarà il primo premier giapponese a recarsi a Pearl Harbor nei 75 anni seguiti all’attacco aereo che segnò l’inizio della guerra tra gli Stati Uniti e il Giappone. Una visita storica, che ricambia l'”omaggio” compiuto da Obama nel maggio scorso, quando divenne il primo presidente Usa in visita a Hiroshima. Un gesto dall’alto valore simbolico, il cui obiettivo è “commemorare le vittime del conflitto, non di chiedere scusa“. A spiegarlo chiaramente è Yoshilde Suga, portavoce di Abe, che parla della storica visita come di “un ‘opportunità per dimostrare alle future generazioni la nostra volontà irremovibile di non ripetere gli orrori e le sofferenze della guerra e nello stesso tempo un’opportunità per mostrare la riconciliazione tra Giappone e Stati Uniti”.

Dunque riconciliazione sì, ma senza chinare la testa. Del resto lo stesso Obama nella sua visita a Hiroshima si guardò bene dal chiedere scusa. Se non l’ha fatto il presidente americano per l’olocausto nucleare, perché dovrebbe farlo Abe per l’attacco alla base militare di Pearl Harbor. Se in Europa cospargersi il capo di cenere è un passaggio obbligato per gli sconfitti, in Giappone esiste una cultura diversa in grado a volte di preservare la dignità di un popolo. Questioni di “principio” che dovranno in ogni caso fare i conti con la realtà, con la nuova realtà statunitense che risponde al nome di Donald Trump. Abe è stato il primo leader straniero ad incontrare il tycoon a New York, a poche ore dal risultato delle elezioni presidenziali.

Gli Usa, inoltre, stanno per restituire ai giapponesi 4 ettari di territorio a nord di Okinawa, dove è presente un campo d’addestramento americano. Sembra, inoltre, che Trump voglia il ritiro dei 47mila soldati americani di stanza nell’arcipelago, aprendo in compenso al riarmo del Giappone, anche in chiave nucleare. Mossa che causerebbe una pesante escalation con la Cina, che vede sempre di cattivo occhio l’attivismo del vicino. Insomma, lo scenario asiatico sembra stia per mutare rapidamente.

Davide Romano

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