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Roma, 4 lug – Addio pelle bianca e chioma rosso fuoco: sarà la cantante afroamericana Halle Bailey a interpretare Ariel nel rifacimento live action del classico Disney La Sirenetta. Ormai la sostituzione etno-cinematografica è prassi consolidata. Bailey è conosciuta per il duo Chloe x Halle formato con la sorella. Il regista Marshall (che i fan Disney hanno già visto dietro la cinepresa per il remake di Mary Poppins) è molto entusiasta di Bailey, che “possiede quella rara combinazione di spirito, cuore, gioventù, innocenza e sostanza, oltre a una gloriosa voce da cantante: tutte qualità intrinseche necessarie per interpretare questo ruolo iconico”. Va da se che la cattiva Ursula, la strega del mare, verrà interpretata dalla caucasica Melissa McCarthy.

Principesse multietniche

Già nel nome della “diversità” vengono stravolti pezzi di storia e di letteratura con rifacimenti a dir poco grotteschi – pensiamo al fantasioso cast multietnico di Maria Stuarda regina di Scozia, all’Achille britannico-ghanese in Troy: Fall Of A City, o a Giovanna d’Arco interpretata da un’adolescente originaria del Benin durante le annuali celebrazioni della Pulzella ad Orléans – ora è il momento delle fiabe per i bambini, accusate di non essere abbastanza inclusive. Ma è veramente così? Se andiamo a controllare nel rooster di principesse ed eroine Disney, per esempio, scopriamo che la “diversità” è l’ultimo dei problemi: Mulan è cinese, Pocahontas indiana, Jasmine di Alladin è araba, Tiana de La principessa e il ranocchio è afroamericana, Esmeralda del Gobbo di Notredame è una nomade.

Il blackwashing

In tutto questo si scorge da un lato l’esigenza “politica” di sottostare al ricatto morale del blackwashing (lo “dobbiamo” agli africani perché noi siamo i bianchi cattivi, sfruttatori e pronipoti degli schiavisti che li hanno oppressi); e dall’altro, quella di declinare una storia di successo planetario in chiave “afro” per avere attrattiva commerciale anche sulle fasce di consumatori più “etniche” – un po’ come è successo con le multinazionali di tutto il globo, che lo scorso giugno, mese del Pride, si sono riscoperte tutte paladine dei diritti Lgbt per accalappiarsi l’ennesima fetta di mercato.

La Bailey non è arrivata alla Disney per caso: si dà il caso sia la pupilla di Beyoncé, che aveva notato le due sorelle per una cover di Pretty Hurts e le aveva scritturate nella sua casa discografica e come artiste d’apertura per il suo tour europeo del 2016.

Cristina Gauri

2 Commenti

  1. […] Ma il delirio dell’autore, professore nel dipartimento studi sui Media dell’Università di Utrecht, non finisce qui: le iene, che ricordiamo erano l’esercito dell’”usurpatore” Scar, sarebbero la rappresentazione degli stereotipi anti semiti e i quelli sui neri del ghetto. Scar uccide il re legittimo Mufasa davanti agli occhi del figlio ma per il Washington Post è comunque giustificato: “Questo tradimento della tradizione è orchestrato da Scar, il leone disadattato il cui desiderio di promuovere le minoranze (sic) è presentato in un modo che ricorda le caricature conservatrici dei politici liberali”. “Allo stesso tempo” insiste Hassler-Forest, “i suoi gesti effeminati e l’apparente mancanza di interesse per la riproduzione eterosessuale lo contraddistinguono come queer, come Jafar, Ursula e molti altri cattivi nel mondo rigidamente eterosessuale della Disney”. Chiunque di voi sa bene che Jafar, il villain di Aladdin, concupisce la figlia del sultano, mentre Ursula (sebbene nelle fattezze fosse ispirata alla drag queen Divine) ruba il principe alla sirenetta Ariel – che oggi è afroamericana. […]