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Roma, 30 mar – L’Arabia Saudita sta cambiando, le donne iniziano a guidare, al via le prime sale cinematografiche, minore rigidità nelle relazioni diplomatiche e ventilate aperture generali interne. E’ così che viene decantata la politica del principe ereditario Mohammed bin Salman, una sorta di restyling a tutto tondo, una svolta improvvisa che potrebbe finalmente liberare il regime saudita dalla cappa di grigiore che lo avvolge e soprattutto evitare a noi occidentali di sentirci in colpa per stringerci continuamente rapporti commerciali e di politica estera. Tutti contenti e in qualche modo tranquillizzati. Eppure, con tutta evidenza, dietro la maschera del cambiamento, Riad continua a operare seguendo la storica linea intransigente e fondamentalista, utilizzando il “nuovo corso” come specchietto per le allodole (nel nostro caso potremmo dire allocchi).
Negli ultimi anni, infatti, l’unico impatto di un certo rilievo provocato da questo nuovo corso si è palesato con la devastante e al contempo misconosciuta guerra in Yemen, l’embargo contro il Qatar, il continuo sostegno neanche tanto implicito ai gruppi jihadisti in Medio Oriente e il finanziamento gentilmente concesso alle madrase wahabite in mezzo mondo. Inutile dire poi che la destabilizzazione della Siria vede l’Arabia Saudita tra i principali attori. Non stupisce quindi, almeno non a noi, che il buon Salman abbia pensato bene oggi di tornare a tuonare contro l’Iran, facendo esplicite pressioni a Stati Uniti e nazioni europee.
“La comunità internazionale dovrà riuscire a imporre una forte pressione economica e politica sull’Iran per poter evitare uno scontro militare nella regione”, ha dichiarato il principe ereditario in un’intervista al Wall Street Journal, rilasciata durante la sua permanenza negli Stati Uniti, a proposito delle sanzioni che ancora gravano su Teheran. “Dobbiamo riuscire per poter evitare un conflitto militare. Se falliremo nell’obiettivo che ci siamo prefissati, avremo probabilmente una guerra con l’Iran entro 10-15 anni”, ha sentenziato Salman che, ricordiamo per cogliere meglio il peso di certe affermazioni, è anche il ministro della Difesa saudita. Un monito che suona come un ultimatum rivolto alle allodole, cioè noi: con l’Iran non ci si rapporta in alcun modo, anzi, va danneggiato in ogni modo. Eppure, a ben vedere, sarebbe l’unica garanzia di stabilità in Medio Oriente, nonché l’unico a fornire effettivi anticorpi per disinnescare il terrorismo internazionale. Altro che specchietti e sanzioni.
Eugenio Palazzini



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