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Riad, 2 lug – Un terremoto politico ha attraversato di recente la linea al trono in Arabia Saudita: al posto del cinquantasettenne Mohammed Bin Nayef è stato nominato il figlio prediletto del Re, il Principe Mohammed Bin Salman. Un cambio inaspettato considerato che Bin Salman è relativamente nuovo alla politica e per ora si è praticamente occupato solo del Ministero della Difesa.



Un cambio che ha fatto preoccupare le diplomazie di mezzo mondo per diversi motivi: prima di tutto nessuno ama mai i cambi radicali nei paesi autocratici perchè occorre tentare di capire cosa rimarrà delle linee politiche precedente e cosa cambierà e due perchè Bin Salman è conosciuto per pochissime cose e nessuna decente. Ha gestito per ora la rovinosa guerra nello Yemen, dove l’Arabia Saudita sta imparando che spendere miliardi di dollari non significa avere un esercito efficiente e la sta trasformando in una crisi umanitaria di dimensioni enormi.

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I giornali statunitensi, da sempre cordiali fino al servilismo quando si parla di Arabia Saudita, si limitano a descriverlo come “un grande amico di Israele” (come se la cosa potesse tranquillizzare qualcuno) e a farci sapere che è orgoglioso portatore di una politica economica Tatcheriana. Ci permettiamo di dubitarne: il Principe non risulta aver mai studiato in nessuna scuola fuori dal Regno (una anomalia importante visto che l’intera classe dirigente saudita si forma a Yale o Harvard tradizionalmente) e risulta improbabile sia che abbia mai anche solo sentito nominare la Tatcher ed ancora più che un politico proveniente dal paese meno liberale al mondo si scelga una donna come modello; ma non importa, fingiamo di crederci.

Al momento quello che possiamo dire in questa settimana in cui ha assunto la sua nuova carica è che ha già potuto mostrare al mondo il suo amore per la tipica dialettica politica levantina per la quale i nemici non vanno mai affrontati due volte: infatti Mohammed Bin Nayef si trova già agli arresti da tre giorni. Vedremo ora che conseguenze avrà questa nomina per sia per la pace interna all’Arabia Saudita, che si regge essenzialmente su arresti e repressione, sia per i rapporti internazionali del Paese. Due sono le ipotesi che avanziamo con ragionevole certezza: nella misura in cui l’Arabia Saudita riuscirà a controllare l’Opec (sempre meno e con sempre maggiori difficoltà) il prezzo del petrolio rimarrà il più basso possibile e i rapporti col mondo sciita diventeranno sempre più tesi.

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