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Roma, 2 lug – Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti? Veneto Banca e Popolare di Vicenza? Forse neanche messe insieme. Bisognerebbe includere anche Monte dei Paschi di Siena, giusto per rimanere in tema di gestioni “di sinistra” per raggiungere la somma. Parliamo degli oltre 10 miliardi di euro investiti dai soci nelle Coop, un variegato quanto oscuro mondo che da un po’ di tempo boccheggia. E laddove non ha già ceduto (i casi sono tanti) rischia di trascinare con sé decine di migliaia di risparmiatori.

Appalti pubblici come piovesse, una fiscalità di vantaggio, inquadramento dei dipendenti spesso a condizioni peggiori rispetto a quelle previste dai contratti nazionali di riferimento, un uomo forte – niente meno che il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – di riferimento. Uno Stato nello Stato, con proprie regole e propri organi di autogoverno. Eppure le Cooperative possono anche fallire. Ce ne vuole, ma se la gestione è puramente politica e senza piene capacità manageriali il crac è dietro l’angolo. Dalle coop di consumo del Friuli a quelle di costruzioni dell’Emilia – colossi come Unieco, Coopsette e Cmr, non proprio tre imprese artigiane – la crisi economica e specialmente dell’edilizia ha morso forte, facendo ricadere i proprio effetti non sono sui lavoratori, ma soprattutto su chi aveva investito i propri risparmi.

Abbandonato da anni il ruolo “sociale”, le coop si sono date alla finanza. Finanza fatta con i soldi dei soci: di “sociale” infatti è rimasto solo il prestito. Si chiama proprio così: prestito sociale. Una forma come un’altra di investimento, anziché depositare i propri risparmi sul conto corrente o su un libretto o comprare azioni e obbligazioni, i soci possono scegliere di devolverli alle coop. La raccolta del risparmio, in Italia, è esclusiva delle banche. O almeno, dovrebbe esserlo. C’è una sola eccezione: le cooperative, appunto. Che al 2014, per quanto riguarda le sole coop di consumo aderenti a Legacoop, avevano in pancia 10,8 miliardi di euro depositati dai risparmiatori. E cosa se ne fanno? “Le Coop di consumo non ricavano i loro principali utili dalla vendita delle merci sugli scaffali ma dalla finanza. Solo nel triennio 2009-2013: ricavano 249 milioni di euro dalla vendita delle merci e 889 milioni dall’attività borsistica. Tre volte e mezzo in più dei ricavi di quella che dovrebbe essere la loro principale attività industriale che diventa di fatto secondaria”, spiega Antonio Amorosi, autore del libro Coop Connection e firma del quotidiano La Verità.

Se la somma è monstre e viene gestita per operazioni speculative, meglio non va in termini di garanzie per i depositanti. Se i controlli sulle banche latitano, per quanto riguarda le cooperative sembrano quasi non esistere. Banca d’Italia non ha competenze specifiche per intervenire (ammesso che il suo intervento possa servire, stanti i precedenti) e l’unico, flebile segno di vita dato da via Nazionale risale allo scorso autunno, quando vennero pubblicate alcune disposizioni che sancivano generici obblighi di trasparenza. Mossa ai limiti dell’insufficienza, dato che non ha nella sostanza modificato nulla in un’architettura decisamente traballante.

Legacoop tenta di difendersi, parlando di “situazioni pur complesse ma assolutamente limitate a fronte di esperienze solide e virtuose”. A Reggio Emilia, ad esempio, dal 2012 ad oggi sono andati letteralmente in fumo 1,5 miliardi di euro, che hanno trascinato nel baratro una fetta non indifferente del patrimonio economico ed industriale della zona. Nella sola Reggiolo, cittadina dell’entroterra emiliano, il crac della coop Cmr ha bruciato 50 milioni di euro di 2000 cittadini, quasi un quarto degli abitanti. Pensate cosa sarebbe successo se queste situazioni non fossero state “limitate”.

Filippo Burla

 

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