macriBuenos Aires, 24 nov – Il nuovo presidente dell’Argentina è Mauricio Macri, di chiare origini italiane, precisamente calabresi. Già presidente del Boca Juniors e dal 2007, riconfermato nel 2011, sindaco di Buenos Aires, Macri ha vinto guidando una formazione completamente nuova rispetto al panorama partitico argentino che ha alternato al potere dal 1983 “peronisti” e “radicali”.

Una coalizione che ha voluto da subito rimarcare discontinuità con il passato a partire dal nome: Cambiemos. Di destra, a leggere buona parte dei media internazionali, tutti però piuttosto cauti nell’esprimere giudizi sul neo presidente argentino. A ben vedere però si tratta di un’alleanza vincente indefinibile secondo i classici schemi parlamentari, pur considerando la tipicità sudamericana. Cambiemos è infatti un particolare fronte antikirchneriano composto dai conservatori di Macri, Proposta Repubblicana, i liberal socialisti della Coalizione Civica Ari e l’Unione Civica Radicale, da sempre proclamatosi di sinistra, nonché già affiliato all’Internazionale Socialista e storico rivale del Partito Giustizialista fondato da Peron.

E’ quindi una strana composizione multicolor, capace di andare oltre il mero consenso popolare. Perché in Argentina se è vero che il peronismo ha voluto dire tutto e il contrario di tutto, per battere chi non ha mai voluto ripudiarlo non può bastare il popolo. Serve l’occhiolino della finanza internazionale, fucina dell’attuale potere temporale globale, più che la spiritualità al fulmicotone di papa Bergoglio che da vescovo già si scontrò con il Macri sindaco sui matrimoni gay, mentre l’Argentina sprofondava nell’ennesima crisi economica. Ma l’apparenza difficilmente inganna, per quanto a volte stupisce in peggio.

Evita amava ripetere e ripetersi che “il capitalismo straniero e gli oligarchi hanno notato che non vi è alcuna forza in grado di sottomettere un popolo che è consapevole dei propri diritti”. Acqua e speranze passate, l’Argentina si è scoperta la terra del fuoco degli speculatori, di soldi falsi immessi nel mercato come veri, e di soldi veri tolti dal mercato perché carta straccia. E se il più passionale dei popoli ha dovuto mandare a benedire la giustizia sociale di Evita, a descamisarlo sul serio han pensato i pescecani. Gente come Paul Singer, uno dei più spregiudicati affaristi internazionali ad aver preso di mira Buenos Aires negli ultimi anni, fondatore della Elliot Management Corporation, un hedge fund che fece capolino guarda caso anche in Grecia, attraverso cui gestisce una quindicina di miliardi comprando debiti depressi e rivendendoli a prezzo maggiorato, minacciando altrimenti gli emittenti e reclamando l’intera somma.

Adesso è il turno di Macri, uno che sull’apparenza che inganna potrebbe scrivere romanzi scomodando l’asterione di Borges o magari candidarsi a protagonista nelle tanto amate soap opere latine. Uno che ha già promesso, giusto per cambiare tutto tranne il linguaggio della politica politicante, di essere il “presidente di tutti gli argentini” e di voler “dialogare con tutti i paesi americani.” Intanto si ritrova una nazione spaccata in due, “un presidente, dos paises” per dirla con il giornale porteño Pagina 12, che ha incassato le felicitazioni dell’amico John Kerry e non ha perso tempo per scagliarsi contro il Venezuela denunciando gli abusi del chavismo. Ma certo aspettiamo per giudicare un presidente già coinvolto in un’inchiesta per corruzione che ha annunciato di voler liberalizzare tutto il liberalizzabile. In fin dei conti le prospettive più che economiche per l’Argentina sono ecumeniche. Cari fratelli e sorelle, buonasera, vi ringrazio per l’accoglienza.

Eugenio Palazzini

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