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Roma, 9 giu – “Offro mio figlio in ostaggio”, in cambio di tutti i militari dell’Armenia detenuti in Azerbaigian. E’ quanto affermato dal premier armeno Nikol Pashinyan. Una provocazione decisamente clamorosa, lanciata durante un comizio elettorale. In Armenia si andrà infatti al voto domenica 20 giugno e il primo ministro punta ad essere riconfermato alla guida della nazione caucasica. “Ieri ho detto e oggi ho incaricato le nostre autorità competenti di trasmettere ufficialmente la nostra proposta sul fatto che mio figlio è pronto ad andare a Baku come ostaggio, fatto salvo il ritorno di tutti i nostri prigionieri”, dice Pashinyan.

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Armenia, il premier: “Mio figlio in cambio di tutti i militari detenuti”

Improbabile che il governo azero accetti questa proposta. Nel caso, il premier armeno sarebbe davvero pronto a compiere questo gesto? E poi, suo figlio accetterebbe? Difficile dirlo. Sta di fatto che già nei giorni scorsi Pashinyan ha dichiarato che i militari armeni detenuti nelle carceri azere “stanno combattendo per l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia”. E “potranno perdonare uno o due mesi in più di prigionia, ma non perdoneranno se l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia verranno sacrificati a costo della loro liberazione”. Questo vale chiaramente anche per il premier stesso.

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I politici armeni d’altronde sono stati fortemente criticati in patria dopo il cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh. L’offerta del figlio in ostaggio è stata comunque suggerita a Pashinyan dall’ex presidente della Repubblica, Serzh Sargsyan. Quest’ultimo alcuni giorni fa aveva infatti proposto al primo ministro “di consegnare suo figlio per ottenere in cambio 20-25 prigionieri di guerra”. Proposta accolta, ma in cambio di “tutti i prigionieri”.

La situazione attuale

Per quanto, secondo il premier armeno, questa non sarebbe l’unica carta da giocare per risolvere i problemi. “E’ in corso un lavoro molto intenso”, dice Pashinyan. Ricordiamo che in seguito alla sconfitta militare l’Armenia ha ceduto il controllo sul Nagorno-Karabakh e su sette distretti confinanti con l’Azerbaigian. Adesso, con l’aiuto della mediazione di Mosca, le due nazioni caucasiche stanno lavorando (piuttosto a fatica e con varie sospensioni) a una commissione trilaterale per stabilire la demarcazione dei confini.

Eugenio Palazzini

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