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Aung San Suu Kyi “parzialmente graziata”. Cosa significa e cosa succede ora in Birmania

by Eugenio Palazzini
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aung, birmania

Roma, 1 ago – Qualcosa si muove in Birmania, ma parlare di svolta politica sarebbe incauto, se non altro perché il potere a Yangon continua ad essere nelle mani di una giunta militare che non intende mollare l’osso. Nelle ultime ore però Aung San Suu Kyi è stata “parzialmente graziata”.

Aung San Suu Kyi è stata “parzialmente graziata”. Cosa significa

Parliamo di grazia parziale perché l’ex leader birmana ha ottenuto la cancellazione di cinque delle 19 condanne a suo carico. Novità importante, ma non è detto che porterà al suo rilascio. Aung San Suu Kyi, dopo il colpo di Stato del febbraio 2021, continua ad essere reclusa in un edificio governativo. Ha ottenuto la grazia parziale nell’ambito di un’amnistia concessa a oltre 7mila prigionieri in occasione della Quaresima buddista, ma era stata condannata a 33 anni di carcere per una serie di accuse tanto pesanti quanto grottesche e pretestuose. Tra queste: corruzione, possesso di walkie-talkie illegali e mancato rispetto delle restrizioni anti Covid.

“La grazia a San Suu Kyi è il più bel finale dopo anni di battaglie per la sua libertà”, ha scritto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in un tweet. “Ricordo ancora il nostro incontro 10 anni fa in Myanmar”, ha aggiunto Tajani, definendo Aung San Suu Kyi una “donna coraggiosa e autorevole da sempre in prima linea per la salvaguardia della democrazia e dei diritti umani”. Tuttavia, come detto, non è affatto certo che la controversa ex leader birmana riesca venga effettivamente rimessa in libertà. Non a caso, la giunta di Naypyidaw ha fatto sapere che oggi la pena detentiva è stata ridotta di appena 6 anni.

Cosa succede in Birmania 

Dal golpe del 2021, Aung San Suu Kyi ha dovuto affrontare svariati processi a porte chiuse, senza cioè che pubblico e media abbiano potuto accedervi. I suoi legali subiscono peraltro l’obbligo governativo di non parlare con i giornalisti. Aung San Suu Kyi non è peraltro il solo detenuto politico nelle carceri birmane. La giunta al potere in due anni e mezzo ha infatti arrestato oltre 16mila persone. Di queste, circa 13mila si trovano ancora in stato detentivo nelle prigioni della nazione asiatica. E’ dunque impossibile parlare, al momento, di svolta politica o di cambio ai vertici della giunta che controlla il Paese. Tutto appare ingessato, fatta eccezione per qualche estemporanea “grazia parziale” concessa.

Nel frattempo però prosegue incessante la lotta dei diversi gruppi etnici in guerra con la giunta militare birmana. In particolare, non possiamo non citare gli inossidabili guerrieri Karen che da quasi 80 anni combattono le milizie narcotrafficanti di Naypyidaw e che vengono sostenuti da Popoli e Sol.Id, due attivissime Onlus identitarie italiane.

Eugenio Palazzini

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