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Roma, 28 mag – A causa del coronavirus o con la scusa del coronavirus. Di fronte alla chiusura di uno stabilimento che prevede il taglio netto di 3mila posti di lavoro, il confine è talmente labile da risultare inutile tracciarlo. Certa è, piuttosto, la rabbia di migliaia di operai che oggi a Barcellona hanno dato vita a una protesta letteralmente infuocata contro la decisione della Nissan, nota casa automobilistica multinazionale giapponese. Pneumatici dati alle fiamme, blocchi stradali e grida disperate. Gli operai dello stabilimento sito nel capoluogo catalano, non appena hanno saputo che avrebbero perso il lavoro, si sono scagliati contro la multinazionale e chi aveva promesso loro tutt’altro.

In fumo altri 25mila posti di lavoro

Sì perché il premier spagnolo, Pedro Sancheza, poco prima dello scoppio dell’epidemia aveva assicurato che nessuno avrebbe perso il posto di lavoro alla Nissan. Tre mesi dopo ecco l’improvvisa doccia fredda. Certo, è indubbio che l’industra automobilistica abbia subito un duro colpo dal lockdown, con il colosso nipponico che ha dichiarato 6,2 miliardi di dollari di perdite. Ma è altrettanto in dubbio che a rimetterci, in primo luogo, sono i lavoratori. Non solo dello stabilimento di Barcellona, perché se questo verrà chiuso con il conseguente licenziamento di 3mila persone, a subire un danno gravissimo sarà anche l’indotto. Si parla di circa 25mila posti di lavoro in fumo. Un dramma nel dramma, se consideriamo che l’industria dell’auto in Spagna costituisce più o meno il 10% del Pil.

Nello specifico, l’impianto della Nissan a Barcellona è il più grande in Europa, se escludiamo quello di Sunderland nel Regno Unito. “Ci dispiace per questa decisione di Nissan, che lascia non solo la Spagna, ma l’Europa, un mercato di 700 milioni di consumatori. E questo nonostante gli enormi sforzi permessi dal Governo per mantenere lo stabilimento in attività”, ha dichiarato il ministro degli Esteri, Arancha Gonzalez Laya. Parole e toni mesti, che di certo non consolerà le migliaia di persone che da oggi si ritrovano senza lavoro.

Eugenio Palazzini

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