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Parigi, 28 mag – La scorsa settimana, circa 15 attivisti Lgbt francesi si sono visti sospendere i loro account Twitter e Facebook per aver usato la parola «pédé» (equivalente del nostro “fro*io”) nei loro aggiornamenti. Questo evento rende ben chiaro quali saranno le conseguenze della legge francese denominata Avia creata per combattere l’odio online e in attesa di applicazione.

Quella parolina scorretta …

“Tutti i gli account che sono stati sospesi sono quelli di storici attivisti Lgbt, e ora sarebbero omofobi?!” protesta Fred Bladou, attivista di Aides. In appena una settimana, quindici account di attivisti gay sono stati sospesi su Twitter e Facebook, chi “condannato” a poche ore chi a diversi giorni. Ma tutti con un punto in comune: l’uso della parola «pédé» (“froc*o”).

“Ci serve per riappropriarci dello stigma”

Per Twitter e Facebook, infatti, l’uso di questo termine “dispregiativo” è considerato in contrasto con le regole relative al comportamento o ai discorsi “di odio”. Difficile da digerire per gli attivisti che fanno una campagna proprio contro l’odio omofobico. L’uso della parola “pedé” per definirsi fa parte della storia delle lotte Lgbt e serviva, in realtà, al fine di invertire lo stigma: “È una riappropriazione dell’insulto e dello stigma, in modo da non lasciare ai nostri detrattori una superiorità su di noi gestendo queste parole”, afferma Fred Bladou.

Il disegno di legge Avia contro l’odio online

Dopo l’adozione del disegno di legge di Laetitia Avia (LREM) del 13 maggio per combattere l’odio online questi rischi per i social network degli utenti francesi saranno sempre dietro l’angolo. Il testo della legge prevede che piattaforme e motori di ricerca abbiano l’obbligo di rimuovere entro ventiquattro ore il contenuto “manifestamente” illegale, pena la sanzione fino a 1,25 milioni di euro . La legge non dovrebbe essere applicata prima di luglio, ma sembra che le piattaforme vogliano giocare d’anticipo.

Facebook: “Lotta a odio online è una priorità”

Contattato da Liberation, un portavoce di Facebook ha spiegato che “la lotta contro l’odio online è una priorità” per l’azienda. Twitter, invece, ha ammesso che “sebbene ci sforziamo di garantire la coerenza dei nostri sistemi, può accadere che il contesto non venga colto, portandoci a fare errori“. Bé, certe “minoranze” hanno voluto rendere l'”odio” un nemico gigantesco e generico e hanno voluto dietro le spalle i colossi americani dei social. Adesso, però, ne scontano le conseguenze – gli algoritmi, notoriamente, non si intendono di “riappropriazione degli insulti” …

Ilaria Paoletti

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