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Beirut, 6 ago – Si aggrava il bilancio delle tremende esplosioni avvenute l’altro ieri a Beirut. Le squadre di soccorso hanno finora estratto 137 corpi dalle macerie. I feriti sarebbero 5.000, mentre le squadre di soccorso scavano senza sosta sotto le macerie nel tentativo di individuare le decine di cittadini che ancora mancano all’appello. Sono rimaste senza casa 300mila persone. «Gli ospedali non ce la fanno. Molti feriti gravi hanno dovuto attendere in strada anche cinque ore prima di essere visitati da un medico. La struttura sanitaria nazionale è collassata. Per ora siamo ancora tutti sconvolti. Si contano i danni. Ma presto il Paese intero potrebbe entrare in una situazione prerivoluzionaria di contestazione radicale dell’intera classe politica», ha raccontato il commentatore Michelle Georgiu al quotidiano L’Orient de Jour.

Il premier libanese Hassan Diab ha indetto tre giorni di lutto nazionale e due settimane di stato di emergenza. Nel pomeriggio di ieri il presidente Michel Aoun si è reato nella zona maggiormente colpita dalla deflagrazione. Lo accompagnava il capo di Stato maggiore.  «Non troviamo le parole per descrivere questa apocalisse. Il cuore di Beirut è devastato. Faremo di tutto per investigare ciò che è accaduto e avverrà nel modo più rapido possibile», ha promesso. Nel frattempo, ieri è stato disposto l’arresto dei funzionari che avevano l’incarico di sorvegliare i depositi di materiali pericolosi stoccati nell’area portuale. Sembra avessero avuto l’ordine, ma eseguiro, di rimuovere le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio in seguito esplose.

Intanto si accavallano senza sosta sui social le teorie più disparate: chi sono i colpevoli di questa tragedia? Resta sul tavolo – sposata da molti – la pista dell’attentato. Ieri, tra gli altri, l’ha ripetuta il partito Futuro, diretto da Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafiq Hariri, assassinato nel febbraio 2005. «Privilegiamo l’ipotesi dolosa. Chiediamo chiarezza», hanno dichiarato.

Cristina Gauri

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