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Roma, 14 apr – Venti anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, esattamente entro l’11 settembre 2021, i soldati americani se ne andranno dall’Afghanistan. E’ quanto deciso da Joe Biden che oggi, stando a quanto rivelato dal Washington Post, dovrebbe annunciare ufficialmente il ritiro delle truppe Usa. La notizia è senz’altro importante per svariati motivi: la questione simbolica della data, la conferma di non voler mantenere una presenza sul campo giudicata anacronistica, la necessità proclamata da tempo di abbattere costi non più sostenibili. Se ci volessimo soffermare ai titoli, la gran parte dei media sta però presentando questa decisione come una straordinaria svolta di Biden. Un presidente democratico che finalmente depone l’ascia di guerra e apre a un mondo più pacifico. E’ un abbaglio, pure grossolano, e proviamo a spiegarvi perché.

Biden posticipa il ritiro dall’Afghanistan

I militari americani resteranno in Afghanistan quattro mesi in più rispetto a quanto previsto da Donald Trump. L’ex presidente Usa negoziò infatti la data del primo maggio 2021 e adesso tutto è posticipato al primo settembre. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno nella programmazione della Casa Bianca, poiché da settimane Biden fa intendere di voler posticipare la data stabilita dal suo predecessore. Inoltre è probabile che nel frattempo i piani dell’amministrazione americana subiscano arresti al momento non previsti, ma prevedibili. Per questo Washington ha messo le mani avanti, avvertendo i talebani che se dovessero verificarsi attacchi durante questa fase di lento ritiro Usa dall’Afghanistan, subiranno una “forte risposta”. Leggasi: proseguiranno attacchi mirati con i droni e il ritiro delle truppe Usa potrebbe pure slittare.

Una dichiarazione di guerra?

Ma perché i talebani, considerato il vicino ritiro delle truppe americane, dovrebbero alzare il livello di scontro adesso? Proprio perché si aspettavano un ritiro a maggio, non a settembre. Quindi potrebbero facilmente interpretare l’annuncio di Biden come una sorta di dichiarazione di guerra prolungata. Già nel febbraio 2020 l’allora presidente Trump trovò un accordo con i fondamentalisti afghani, che accetteranno sulla carta di porre fine agli attentati e aprire colloqui di pace con il governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti. Non a caso gli attacchi contro le truppe Usa, nell’ultimo anno, sono diminuiti.

Viceversa sono aumentati quelli contro gli afghani, segno che questa martoriata nazione non è affatto pacificata. Non lo è venti anni dopo l’intervento di Washington e questo la dice lunga sull’efficacia generale della presenza americana in certi contesti. Ora, secondo la Casa Bianca i talebani non hanno rispettato in toto gli accordi, ma gli Stati Uniti sanno bene che in Afghanistan difficilmente qualcosa filerà liscio come da patti. E i talebani non sono i soli a scompaginare le carte, perché negli ultimi anni è cresciuta la presenza di Isis e cellule jihadiste che non rispondono ai firmatari di qualsivoglia accordo.

Eugenio Palazzini

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1 commento

  1. Sto leggendo il Mullah Omar (M.Fini) a conferma di quello in cui già credevo: W i talebani a casa loro come oltretutto essi desiderano.

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