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Fiori e raccoglimento sul luogo dell’attentato a Boris Nemtsov

Mosca, 1 mar – Boris Nemtsov, 55 anni, già giovane vice-premier russo negli anni ’90 sotto la presidenza di Boris Eltsin, attualmente copresidente del Partito repubblicano di Russia- Partito della libertà del popolo e uno dei leader dell’opposizione liberale alla politica del presidente Vladimir Putin, è stato assassinato da un commando nella tarda serata del 27 febbraio, che lo ha colpito alla schiena con vari colpi, sparati da armi differenti, nel pieno centro di Mosca e ad appena 200 metri dalle mura del Cremlino.

Sebbene escluso dalla Duma (parlamento russo) a causa di un consenso elettorale inferiore al 5%, gradualmente marginalizzato dalla vita politica di primo piano parallelamente al consolidamento del potere di Putin, ma impegnato dal 2013 come legislatore nel parlamento della città russa di Yaroslavl, Nemtsov rappresentava una figura riconoscibile, sia all’interno sia – probabilmente soprattutto – all’estero di quella che alcuni chiamano l’ala “integrazionista atlantica”, o semplicemente “atlantista”, che tuttora conserva perfino nel governo federale un considerevole potere, tanto da sfiorare lo stesso primo ministro Dmitry Medvedev, e che, perseguendo una politica di riavvicinamento verso l’occidente, si contrappone alla politica di sovranità euro-asiatica attualmente maggioritaria, che vede proprio in Putin il motore della costruzione di un polo trans-continentale opposto alla potenza americana.

Ferocemente critico nei confronti della gestione putiniana del paese, con riferimento alla corruzione, alla mancanza di libertà economiche,  nelle ultime settimane, Nemtsov ha rilasciato varie interviste, riprese da organi di stampa dell’opposizione tra cui la radio Eco di Mosca schierata su posizioni nettamente filo-occidentali, in cui dichiarava la propria volontà di esibire le prove che – a suo dire – dimostrerebbero l’ingerenza diretta della Russia nel conflitto civile ucraino, cui lo stesso esponente politico addebitava il peggioramento dell’economia russa, avendo provocato le sanzioni occidentali, segnalando anche il timore di “essere ucciso da Putin”.

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Il leader dell’opposizione russa Boris Nemtsov

L’omicidio avviene per altro a due soli giorni dalla marcia di protesta contro il governo, e specificamente contro il presunto intervento in Ucraina, prevista nei sobborghi di Mosca, marcia che è stata conseguentemente annullata dalla stessa opposizione e riconvertita in una marcia di commemorazione dell’uomo politico assassinato, autorizzata a tenersi nel centro della capitale russa.

Da parte sua, Putin ha dichiarato trattarsi di “un omicidio crudele e una provocazione”, termine quest’ultimo che nella accezione russa significa anche “falsa bandiera”, cioè un atto eseguito al fine di attribuirne la responsabilità a un soggetto diverso rispetto all’esecutore. Il presidente russo ha poi aggiunto, in quello che può essere considerato un riconoscimento postumo, che Nemtsov “ha lasciato un segno nella storia, nella politica e nella vita pubblica russa e che ha sempre difeso il suo punto di vista onestamente”, avocando a sé stesso la responsabilità della commissione d’indagine.

Da Washington, il presidente Barack Obama ha dichiarato che “Nemtsov era un infaticabile difensore del suo Paese che cercava per i propri concittadini i diritti che spettano a tutti”, ricordando poi di aver “ammirato il coraggioso impegno di Nemtsov nella lotta alla corruzione in Russia”, invocando infine “un’indagine sollecita, imparziale e trasparente”.

Mentre le prime risultanze dell’indagine in corso sembrano indicare un’azione molto professionale e attentamente pianificata (pare che il commando si sia servito perfino di un camion per le pulizie stradali), pur lasciando aperte tutte le ipotesi sui mandanti e gli obiettivi del brutale omicidio,  può essere utile segnalare alcuni elementi interessanti.

Per prima cosa, è conoscenza comune che in Russia chiunque abbia un minimo di potere, in politica e negli affari, non si muove mai senza una scorta armata. Perché Nemtsov, che dichiarava di temere per la propria vita, alle 23:30 di sera passeggiava insieme soltanto alla sua giovanissima e bellissima compagna – la modella ucraina Anna Duritskaya – lungo il marciapiede di una via molto trafficata anche a quell’ora?

In secondo luogo, il portavoce della presidenza russa, Dmitry Peskov, ha puntualizzato in una nota che Nemtsov non rappresentava una minaccia a livello politico per il presidente Putin: “Se prendiamo in considerazione il livello di popolarità di Putin – ha aggiunto – allora in generale Nemtsov era piuttosto un comune cittadino”. Del resto, quando nel 1998 Nemtsov faceva parte del team economico dell’allora potentissimo Anatoli Ciubais, uno degli uomini più odiati nella Russia post-sovietica, fu costretto a dimettersi da vice-premier per il crollo dell’economia e con essa delle ricette neo-liberiste perseguite fino a quell’epoca. Per Putin, una opposizione che se non fosse esistita avrebbe dovuto essere inventata: perché, quindi, dovrebbe averne ordinato, o comunque gradito, l’eliminazione?

In terzo luogo, a fronte di una evidente e probabilmente sorprendente prudenza da parte dello stesso blocco delle opposizioni in Russia, che ha accuratamente evitato di lanciare accuse dirette al Cremlino, gli stessi leader occidentali, seppure “inorridita” come Angela Merkel, o “scioccato e disgustato” come David Cameron, si sono ben guardati dal chiamare in causa Putin come responsabile dell’omicidio.

Anche lo scrittore Eduard Limonov è andato controcorrente, affermando: “Un complotto del Cremlino? Una provocazione esterna? Ma non fatemi ridere. Se avessero ammazzato il vero leader dei liberali, Aleksej Navalnyj, potrei capire. Ma Nemtsov, per i russi era solo un politico in pensione. Uno che, per di più, era stato protagonista nell’era Eltsin che qui ha lasciato ricordi di ingiustizie, ruberie, corruzione”.

A meno che, quindi, non si tratti di una questione tutta interna alla Russia, dove nemici e vendette non mancano mai, oppure di un gesto criminale da parte di ultra-nazionalisti motivato dalla posizione del personaggio sulla crisi Ucraina, o infine dell’improbabile eliminazione di un avversario politico decisa ai piani più alti del potere russo, se cioè si trattasse di una azione pianificata dall’esterno in quello che l’ultimo presidente sovietico Mikhail Gorbaciov ha dichiarato essere un tentativo di destabilizzare la situazione in Russia, è abbastanza chiaro che lo scopo ultimo non sia stato raggiunto.

Se invece l’intenzione fosse stata quella di dimostrare alla Russia e al mondo intero la capacità di colpire ovunque e in qualsiasi momento, e in particolare proprio sotto le mura del Cremlino, l’assassinio di un esponente politicamente poco rilevante ma almeno simbolicamente importante ancorché indifeso – o forse proprio per quello – avrebbe raggiunto il proprio macabro obiettivo. In questo caso, rimarrebbe da chiedersi a chi giova questa strategia della tensione in salsa moscovita, ma questo ci porterebbe su campi ancora troppo ipotetici.

Francesco Meneguzzo

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