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finlandia brexit ueRoma, 27 feb – Il referendum sulla cosiddetta “Brexit”, previsto per giugno e sul quale opinione pubblica e partiti inglesi si stanno spaccando (anche al loro interno) ha fatto tornare nell’agenda politica il tema dei rapporti con l’Unione Europea. E non solo in Gran Bretagna, dato che in rampa di lancio – sia pur solo a livello per ora informale – sulla falsariga di Londra sono anche Finlandia, Repubblica Ceca e, sorprendentemente, anche l’Olanda.

Partiamo dalla prima. Ricordate quando il governo di Helsinki chiedeva, come garanzia per i prestiti alla Grecia, di ipotecare il Partenone? Il tempo è sacro perché non è in vendita, osservava Ezra Pound. E anche solo ipotizzare una cosa del genere è lesa maestà, oltre ad essere pensiero decisamente infausto. Sì, perché ora è la Finlandia ad essere sprofondata in una crisi drammatica: l’industria della carta è travolta dalla progressiva digitalizzazione, la Nokia non esiste praticamente più e il commercio è affossato dalla moneta unica non adottata dai vicini svedesi i quali hanno pian piano, negli anni, svalutato la propria divisa. A proposito di industria, soprattutto l’It, che era arrivata a contribuire il 10% del Pil e oggi vale un misero 4%, vi ricordare anche di Olli Rehn, il solerte commissario Ue che chiedeva a tutti tagli e riforme? Oggi di mestiere fa il ministro dell’industria. E avrà di che essere orgoglioso, dato che la Finlandia ha un rapporto debito/Pil al 61% e il mercato del lavoro è flessibile tanto da essere all’ottavo posto al mondo per competitività. Ecco i risultati: il Pil non cresce dal 2008 e il 2015 è stato il quarto anno consecutivo di recessione. A pesare, come detto, è il confronto con la vicina Svezia, anche lei all’interno dell’Ue ma con una valuta propria che le consente di avere una maggiore flessibilità (questa, sì, utile) in termini di cambio, tanto da essere circa il 15% più competitiva del vicino. “A questo problema possiamo ovviare solo in due modi: o tagliando i salari o ristabilendo la flessibilità del cambio”, ha commentato il ministro delle Finanze, l’ex premier Alexander Stubb, parte di un governo di coalizione del quale fanno parte anche i sovranisti euroscettici dei Veri Finlandesi. Osservazione non da poco nell’ingessato dibattito euro sì/euro no, dato che mette in chiaro il vero problema della moneta unica. Fatto sta che, da aprile, il parlamento di Helsinki comincerà a discutere su cosa fare da grande, vale a dire se rimanere nel consesso comunitario e, se sì, in che modo.

Discorso opposto a quello della Finlandia – e molto più simile a quello della Gran Bretagna – è il caso della Repubblica Ceca. Il paese è in crescita da tempo (nel 2015 +4.6%, con la produzione industriale a +5.2%). “Se la Gran Bretagna lascerà l’Ue, ci si dovrà aspettare dopo qualche anno un dibattito sull’uscita della Repubblica Ceca“, ha spiegato il premier Bohuslav Sobotka, non nascondendo le preoccupazioni per l’ipotesi “Czexit“, dato che “‘impatto rischia di essere veramente enorme e potrebbe riportare il paese sotto l’influenza della Russia”. Anche dalle parti di Praga, sia pur con tempi più lunghi, il dibattito è già iniziato.

Stessa storia anche per l’Olanda, dove la già ribattezzata “Netherexit” potrebbe trovare terreno fertile. Secondo un sondaggio, il 53% degli olandesi sarebbero infatti favorevoli a che si tenga un referendum in materia. E sempre secondo la rilevazione il 44% sarebbe a favore dell’uscita dall’Ue, percentuale pari a chi invece vorrebbe rimanervi.

La Brexit è solo un’eccezione o la prima pedina di un effetto domino?

Filippo Burla

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2 Commenti

  1. nel caso dell’Olanda penso ci sia ben poco di cui parlare. In qualsiasi paese dell’UE se fai un sondaggio la maggioranza vorrebbe fare un referendum del genere. Mi pare ci sia stato anche in Italia.

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