Roma, 1 ago — Non cessa la pioggia di strali sulla campagna di sensibilizzazione alla body positivity promossa dal ministro per le Pari opportunità spagnolo guidato da Irene Montero, esponente di Podemos: il manifesto contro il body shaming — l’atto di deridere o discriminare una persona per il suo aspetto fisico — era già pieno di falle in partenza, ma ora rischia di naufragare del tutto.

L’inutile campagna spagnola contro il body shaming 

L’immagine della campagna ritrae — in un lavoro grafico uscito dallo «studio transfemminista» Arte Mapache che definire approssimativo è un eufemismo — cinque donne in costume a prendere il sole in riva al mare: una è anziana, una è fortemente in sovrappeso, una è in topless dopo una mastectomia, a quella di colore sono riservati i peli sotto le ascelle, e via discorrendo. Un panorama di «normale imperfezione» che è possibile osservare in qualsiasi spiaggia del mondo, dal momento che in nessun luogo — tranne forse la Playboy Mansion e sicuramente nei Paesi di religione musulmana — è vietato alle donne di qualsiasi stazza e colore di mostrarsi più o meno discintamente, se vogliono abbronzarsi.

Pioggia di critiche

Così non pare invece al governo spagnolo, il quale tiene a sottolineare, per combattere gli «stereotipi» e la «violenza estetica» sui corpi femminili,  che L’estate è anche nostra, cioè loro: dell’obesa, della mastectomizzata, della signora non più giovane. Come se le donne avessero bisogno della rassicurazione del ministero delle Pari opportunità per mettersi un bikini. Qualcuno si è chiesto giustamente perché la discriminazione su base fisica debba riguardare solo corpi femminili. Gli uomini forse non possono essere vittime di body shaming? E perché, tuonano i più woke, nel manifesto non c’è nemmeno un trans?

Foto usate senza permesso e protesi censurate

L’iniziativa, insomma, è partita incespicando tra le critiche e le prese in giro. Ciliegina sulla torta è stata la denuncia di modella britannica, Nyome Nicholas-Williams, la quale sostiene che la sua immagine sarebbe stata utilizzata senza chiederle il permesso, mentre un’altra modella — tale Sian Green-Lord — ha denunciato la censura della sua gamba artificiale. Ma come: e l’inclusività dove l’abbiamo lasciata? «Non so nemmeno come spiegare la quantità di rabbia che provo in questo momento» ha confidato alla Bbc: «C’è qualcuno che sta usando la mia immagine senza il mio permesso. E come se non bastasse, hanno pure modificato il mio corpo» censurando la protesi.

Alla faccia del consenso e dell’inclusività

I prodi grafici dello studio transfemminista, dimostrando di avere poco chiaro il concetto di «consenso» di cui quelli della loro risma amano tanto blaterare, si sono impossessati delle immagini di due donne senza chiedere loro il permesso, e in un caso modificandola operando una vera e propria censura sulla disabilità. «Sono senza parole, è qualcosa di inaccettabile». La modella ha raccontato di aver perso la gamba destra in un incidente dopo essere stata travolta da un taxi. Lo studio grafico si è poi scusato ammettendo l’errore. Che scivolone, che figuraccia, proprio da chi dell’inclusività dice di fare la propria bandiera.

Cristina Gauri

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