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paula_cooper-kGlE-U1050391885151pSE-700x394@LaStampa.itIndianapolis, 28 mag – Paula Cooper è uno dei nomi dell’America. Nella sua storia c’è di tutto: violenza, nichilismo, tensioni razziali, pena di morte, leggi folli, redenzione e religione. Nel 1986, da minorenne, divenne la più giovane detenuta in un braccio della morte. Ieri mattina, l’ormai 45enne si è tolta la vita a Indianapolis. Sul suo corpo è stato rinvenuto un colpo d’arma da fuoco.



Era uscita dal carcere due anni fa, dopo aver scontato 28 anni di reclusione.

L’11 luglio 1986, con altre tre ragazze (Denise Thomas, 14 anni, Karen Corder, 16 anni, e April Beverly, 15 anni), Paula saltò la scuola e dopo aver bevuto alcol e fumato marijuana finì per accoltellare a morte un’anziana insegnante di studi biblici, Ruth Pelke, di 78 anni, colpendola 33 volte con un coltello da macellaio per una rapina che fruttò dieci dollari e una vecchia auto. “Volevamo andare a fare shopping”, dichiarerà dopo essere stata presa.

Sedicenne, la giuria la condannò alla sedia elettrica, in quanto l’Indiana ammetteva la pena di morte a partire dai 10 anni di età. Dopo tre anni di braccio della morte la condanna della teen-ager venne commutata a 60 anni di reclusione che si ridussero a 27 per dimostrata buona condotta.

Decisiva fu la mobilitazione internazionale, tra cui quella dei Radicali in Italia. Anche Papa Giovanni Paolo II chiese la grazia.

Due anni dopo la Corte Suprema americana stabilì che non si poteva infliggere una condanna alla pena capitale per un reato commesso sotto i 16 anni, definendo tali sentenze crudeli e quindi incostituzionali.

In carcere, intanto, Paula era cambiata. Nella prigione di Rockville, in Indiana, aveva commesso solo 23 violazioni minori dei regolamenti in un quarto di secolo dietro le sbarre. In carcere si era anche laureata con un titolo quadriennale in discipline umanistiche e una sotto-specializzazione in psicologia.

Il nipote Bill Pelke si era attivato per contestare il ricorso alla pena di morte dopo l’uccisione della nonna. Adesso si è detto devastato dalla notizia della morte di Cooper. Ha dichiarato di aver cercato di aiutare la ragazza, perché sarebbe stato quello che avrebbe voluto da lui sua nonna che “sarebbe rimasta scioccata nel sapere che si trovava nel braccio della morte e che nei suoi confronti c’erano tanto odio e rabbia e desiderio di vederla morire. Ero convinto che mia nonna avrebbe avuto amore e compassione per Paula e la sua famiglia”.

L’uomo non si sarebbe mai aspettato la morte di Cooper: “Mi aveva sempre detto di voler aiutare i giovani ad evitare le trappole in cui era caduta lei. Diceva che sapeva di aver fatto qualcosa di terribile alla società e di voler ripagare”.

Giorgio Nigra

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