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foreign fightersRoma, 9 gen – All’indomani dell’attacco terroristico di Parigi, in cui il commando islamista composto dai fratelli Kouachi ha sterminato la redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, per poi dileguarsi nel nulla senza lasciare traccia, ci si deve cominciare a interrogare su chi siano e da dove provengano e soprattutto da quali canali dipendano i terroristi di nuova generazione che fanno il rap su Maometto e sul il martirio nelle piazze delle nostre città.



Chi sono i Foreign Fighters – Non crescono più nei campi profughi palestinesi o sulle montagne afgane, non sono più i figli della rabbia dell’intifada, il nuovo esercito per lo jihad oggi frequenta i licei europei, parla lingue europee, e soprattutto è cittadino europeo.

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A partire dai fratelli Kouachi la lista dei terroristi targati unione è lunga. Gli stessi attentatori del Charlie Hebdo avevano regolare passaporto francese e magari avreste potuto vederli al vostro fianco imboccare il corridoio riservato agli european citizen, i cittadini europei appunto, nei controlli di sicurezza dei nostri aeroporti.

Grazie ad una società sempre più informatizzata in cui le notizie, le fonti e le ideologie viaggiano a tempo di click da un capo all’altro del globo, questa nuova leva islamista ha potuto formarsi, spesso da autodidatta, fruendo da internet di tutto ciò che le occorreva, dalle sure più estreme del corano ai manuali su come fabbricare una bomba utilizzando fertilizzanti agricoli.

Dopo Parigi in tutta Europa è esplosa la polemica su questi individui che la stampa e le istituzioni internazionale chiamano “foreign fighters”, cioè combattenti stranieri o meglio esterni, nome che va stretto però a quelli che combattenti lo sono diventati ma che stranieri non lo sono mia stati.

È il caso per esempio di Giuliano Ibrahim Delnevo italiano di Genova convertito (ritornato secondo la tradizione islamica) all’Islam e morto in Siria ad al Qusayr, tra Dayr Az Zor e Aleppo dove combatteva nelle file del fronte Al-Nusra alleato dell’ Isis. Giuliano seguiva lezioni coraniche via web ed era arrivato al fronte grazie ad una rete tutta europea di immigrati e residenti proveniente dal Maghreb che lo avevano fatto entrare in Siria dalla Turchia, la porta preferenziale dei terroristi e dei guerriglieri islamici.

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I paesi di provenienza dei foreign fighters

Lezioni coraniche dai toni accesi ed elargite a profusione anche in moschee di fortuna ricavate in garage e capannoni tenute da imam border line o dichiaratamente jihadisti come l’Imam Bilal Bosnic, bosniaco, che definiva il nostro un “Paese molto importante” e che magari un giorno “anche il Vaticano sarà musulmano. Forse io non riuscirò a vederlo, ma quel momento arriverà, così è scritto. E’ questo che spiego ai ragazzi”. Ma “ai ragazzi “ Bosnic spiegava anche molte altre cose, come per esempio il dovere di diventare martiri e combattenti per l’ islam, tanto che venne espulso da nostro pese e meno di un’ anno fa il 4 settembre del 2014 venne arrestato dalla polizia serba per terrorismo.

I terroristi di casa nostra sarebbero almeno cinquanta come ha dichiarato il ministero dell’interno e “sono ormai più di 3mila gli europei che si sono uniti ai jihadisti dell’Isis in Iraq e Siria”, ha denunciato il coordinatore europeo contro il terrorismo Gilles De Kerchove. Di quelli partiti da casa nostre almeno quindici sarebbero morti in combattimento, ma le cifre sono ben più alte se si contano i 930 francesi, i 450 tedeschi, e i 300 svedesi e belgi che si sono arruolati in questi anni e che potrebbero tornare in patria.

Un fenomeno quindi non proprio trascurabile che richiede una profonda riflessione sulle naturali doti di accoglienza e accettazione europee.

Si pensi al caso delle ragazze italiane rapite in Siria, nella migliore delle ipotesi Vanessa e Greta si sarebbero ingenuamente messe nelle mani di cellule dormienti islamiste e di veri e propri agenti di collegamento dei terroristi che le avrebbero vendute ai molti gruppi, che proprio dei rapimenti hanno fatto lucrosa specialità. Oppure del caso dell’elettricista milanese Haisam Sakhanh, nome di battaglia «Abu Omar» vissuto oltre quattordici anni in Italia, che nel 2012 aveva preso parte all’assalto dell’ambasciata siriana a Roma per cui era stato denunciato a piede libero. Di lì a poco, infatti, avrebbe fatto perdere le sue tracce per riapparire in Siria mentre con altri sette ribelli crivella a colpi di kalashnikov dei soldati siriani prigionieri.

Di come questi personaggi spesso già al centro d’indagini delle procure italiane per terrorismo internazionale, come Haisam, riescano ad eludere i controlli delle forze di sicurezza sarebbe il caso di parlare. Come sarebbe il caso di affrontare la questione accoglienza rivedendola ora alla luce di quanto potrebbe accadere o purtroppo è già accaduto.

Come anche si dovrebbe ripensare ad una strategia estera europea troppo spesso appiattita su posizioni atlantiche che ha reso un pessimo servizio a se stessa, in primis, e a quei paesi che la lotta la terrorismo la stanno facendo sul serio come a Siria di Assad che, democratico o no, da tre anni combatte Isis e satelliti vari direttamente sul campo con oltre duecentomila morti tre le fila siriane e innumerevoli tragiche ripercussioni sulla popolazione civile.

Haisam Sakhanh detto Abu Omar elettricista milanese ora terrorista isis
Haisam Sakhanh detto Abu Omar elettricista milanese ora terrorista Isis

La nuova sfida per noi europei adesso e vincere questa nuova guerra, che ci sarà, e si combatterà nelle nostre strade, tra integralisti religiosi e fanatici dello scontro di civiltà, a cui si deve invece contrapporre lo schieramento dei molti che hanno capito che l’unica guerra che valga la pena oggi di essere combattuta dagli europei è quella culturale, quella per la riappropriazione di una vera identità europea per riempire quel vuoto oggi colmato da superficiali innamoramenti esotici dei nostri giovani che non conoscono più le loro radici ma imparano ad amare e morire da ideologie e dottrine religione troppo “social” per essere vere.

Alberto Palladino

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