Roma, 24 mag – “Sulla base delle lezioni apprese dal conflitto russo-ucraino, considerando l’ipotesi di incremento della spesa militare, fermo restando la necessità di un Governo responsabile e determinato a difendere gli interessi nazionali, le forze terrestri, oltre ad assicurare in Italia una presenza qualificata nel concorso alla sicurezza e all’ordine pubblico, devono essere in grado di dispiegare – fuori dal territorio nazionale – una forza almeno di livello Corpo d’Armata”. Lammiraglio di divisione (ris) Nicola De Felice, spiega così al Primato Nazionale perché la guerra in Ucraina è anche un monito da cui imparare una lezione: dobbiamo necessariamente migliorare l’esercito italiano.

Ammiraglio, cosa dovrebbe fare l’Italia per potenziare le proprie forze armate?

“Le forze terrestri si devono articolare in “forze d’impiego” per la condotta di una campagna militare ovvero di un’operazione. La combinazione delle varie Armi (fanteria, artiglieria, genio, ecc.) e delle Specialità (bersaglieri, alpini, paracadutisti, ecc.) deve garantire un ottimale bilanciamento dei rispettivi punti di forza e limitazioni, in un quadro innovativo scevro da anacronistiche posizioni di parte. Le forze di impiego si devono articolare su tre gruppi principali: il primo gruppo è composto dalle forze combattenti, a loro volta suddivise in forze pesanti (carri e fanteria meccanizzata), medie (con veicoli ruotati o cingolati), leggere (elevata mobilità), specialistiche (aeromobili, aviotruppe, lagunari) e forze speciali. Il secondo gruppo riguarda le forze di supporto al combattimento quali il supporto di fuoco (artiglieria), operativo (genio, aviazione), protezione (contraerea, CBRN, genio), comando e controllo (trasmissioni), guerra elettronica, cyber e intelligence, operazioni psicologiche, CIMIC e acquisizione di obiettivi con droni e altro”.

E il terzo gruppo?

“E’ quello del sostegno logistico. Le condizioni climatiche e ambientali nelle aree dove insistono gli interessi nazionali e l’eterogeneità della minaccia richiedono un elevato grado di adattabilità, in tempi molto ristretti. Tale capacità adattativa richiede forze molto flessibili, in grado di intervenire sia in occasione di calamità naturali che in presenza di crisi o conflitti. La capacità di acquisire e mantenere il dominio sul terreno implica la disponibilità di uno strumento organizzato su unità di diverso livello organico, con un elevato grado di autonomia operativa e logistica, al fine di garantire l’agilità necessaria, a struttura modulare. Tale struttura ed un sostegno logistico scaglionato e progressivo deve permettere alle forze – compreso il loro armamento – di imbarcare su vettori navali e aerei, civili o militari, assicurando una riduzione dei tempi di schieramento nel teatro operativo ed un’elevata velocità di intervento. La pluralità di capacità professionali, equipaggiamenti e armamenti in dotazione devono consentire allo strumento terrestre di intervenire in molteplici situazioni, dal contributo alle operazioni di intervento umanitario sino al conflitto convenzionale. La distribuzione delle forze sul territorio deve permettere di interagire con la popolazione ed interfacciarsi efficacemente in un ambiente interforze.

C’è molta carne al fuoco… per realizzare tutto questo sarebbe utile un maggiore coinvolgimento dei giovani italiani? Intanto si torna a parlare della necessità di ripristinare il servizio militare di leva obbligatorio. Lei è d’accordo o serve altro?

“L’Esercito Italiano deve contribuire a riportare allo stato essenziale di funzionalità le strutture e i servizi di base utili a una popolazione colpita da una calamità o crisi, in Patria o in ‘fuori area’. Valido per tutte le Forze Armate, occorre rivedere in maniera intelligente lo sblocco del turn over sia per i militari che per i civili onde assicurare un adeguato ricambio generazionale, un efficace servizio negli stabilimenti di lavoro nonché una rinnovata funzione sociale verso il mondo del lavoro e dell’occupazione giovanile. Non escluderei un utile servizio di difesa nazionale obbligatorio”.

Eugenio Palazzini

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