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salafismoRoma, 27 lug- Il 26 Luglio 1956 Nasser nazionalizza il canale di Suez, dando il via a quella lunga catena di eventi bellici che sarebbe inutile ripercorrere in questa sede.
Non si vuole infatti parlare della disastrosa e velleitaria politica estera nasseriana, ma quell’episodio è comunque indice di un clima sociale e culturale molto differente rispetto all’odierno, in tutto il mondo arabo. Un clima effervescente di patriottismo laico e socialista, panarabo, mediterraneo e tollerante, aperto ed umanista, che non si faceva scrupoli a porre in essere atti di sovranità anche eclatanti come questo. Tutto è perduto, par di capire, e l’ultimo baluardo del socialismo panarabo scricchiola sotto gli attacchi della feccia jihadista.
Ad una analisi sommaria, ma non per questo superficiale, si vede molto chiaramente che, se da una parte gli sciiti (quindi l’Iran ed i suoi alleati in Iraq, Siria, Libano, Yemen, ecc…) sono compatti ed apertamente schierato tanto contro l’imperialismo americano quanto contro la barbarie del califfato, dall’altra il mondo sunnita ha completamente perso qualunque straccio di unità, direzione e gerarchia, risultando estremamente vulnerabile alle seduzioni salafita.
Ora: il salafismo, inteso come ricerca di una presunta “purezza” della vita dell’umma, fino all’epoca moderna è stato un movimento largamente marginale, ultraminoritario e sostanzialmente malvisto dal potere centrale ottomano, che viceversa garantiva la più completa libertà religiosa non solo a sciiti e sunniti, ma anche a cristiani, ebrei, zoroastriani.
Per questo, gli ottomani erano ampiamente disprezzati dalle frange più estreme dell’islam politico che tentava di cavalcare ed indirizzare le rivendicazioni nazionali arabe o tribali di sorta, come dimostra la scellerata alleanza fra il teologo salafita Muhammad ibn Abd al-Wahhab ed il principe Mohammed ibn Sa’ud, fondatore della dinastia saudita. Il wahabismo è infatti il nome dell’ideologia ufficiale dell’Arabia Saudita, secondo la quale persino le tombe dei califfi vanno distrutte per evitare l’idolatria. Il punto però è un altro: senza il fondamentale apporto britannico formalizzato nel 1927 con il trattato di Gedda, i sauditi non avrebbero mai mantenuto il potere, e non potrebbero quindi usare i propri petrodollari per finanziare il salafismo planetario.
Che ci sia del marcio, l’ombra di potenze straniere dietro i tagliagole con la barba lunga oramai sono in pochi a negarlo, e la storia sembra confortarci in tal senso. Hassan al-Banna, fondatore della famigerata Fratellanza Musulmana, era membro del britannico Institute for Propaganda and Guidance, una organizzazione di intelligence volta a scatenare gli estremisti arabo-islamici contro l’Impero ottomano. La moschea di Ismailia, in Egitto, dove la fratellanza ebbe il suo primo centro, fu edificata da un’impresa britannica, la Suez Canal Company, nei pressi di una base militare britannica della prima guerra mondiale. Durante la seconda guerra mondiale la Fratellanza Musulmana funzionò di fatto come un reparto delle forze armate britanniche.
Durante la Guerra Fredda fu ampiamente teorizzato, per esempio dal grande esperto strategico americano Bernard Lewis l’uso dell’islam contro il comunismo ateo, e per questo motivo fu consentito ai sauditi di sviluppare la cosiddetta “finanza islamica”, ovvero la rete di banche ed holding con cui viene finanziato il terrorismo jihadista di tutto il mondo, non necessariamente arabo.
Chi vuole i particolari tecnici di questo processo si può leggere il libro di Loretta Napoleoni “Terrorismo S.p.A”, quello che a noi interessa è la questione politica. Il salafismo, sia quello “rispettabile” della Fratellanza (e delle organizzazioni in Europa ad essa collegate) sia quello “jihadista” delle organizzazioni wahabite come l’IS, è un pericolo innanzitutto per il mondo islamico, ed è un burattino anglo-saudita. Può anche darsi che i novelli “apprendisti stregoni” abbiano perso il controllo e che il Golem oramai cammini sulle sue gambe. Questo spiegherebbe il recente raid della Turchia contro l’IS, dopo anni di ambiguità, se non di aperto appoggio in funzione anti-siriana. Oppure può darsi che sia in atto una partita dai contorni poco definiti fra Turchia e l’asse Londra-Ryad-Tel Aviv.
Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che la Siria potrebbe non reggere ancora a lungo. E caduta la Siria, il mondo arabo sarà definitivamente perduto per la civiltà europea, che con esso ha sempre convissuto, nella pace e nella guerra, e nello scambio reciproco.
E dopo toccherà a noi, all’Europa in generale ed all’Italia in particolare, stretta nella tenaglia fra salafismo e mondialismo. È tempo di guerra, è tempo di capire chiaramente chi sono i nostri nemici, è tempo di mettere da parte il buonismo e l’ipocrisia. Non è il tempo della Boldrini, ma quello di Carlo Martello.
Matteo Rovatti

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