Palmira, 7 giu – Un castello nella roccia protegge il cuore della Siria. Si staglia maestoso sulla cima di un monte bagnato da secoli di sangue. Appare d’un tratto granitico e austero, sopra le macerie di una terra profanata dal terrorismo che nel nome di Dio ha tentato di cancellare qualunque fede. E’ il Krak dei Cavalieri, la fortezza crociata che Lawrence d’Arabia definì semplicemente “il più bel castello al mondo”. Non è solo un patrimonio Unesco dell’umanità e neppure una mera postazione strategica la cui conquista ha segnato l’esito di svariate guerre. Il Krak è la quintessenza dello spirito cavalleresco, nato e perduto in Europa, eppure quanto mai vivo su questa sponda del Mediterraneo. La prima fortezza eretta sopra la depressione del Jebel Ansarryya fu commissionata dall’emiro di Homs nel 1031, ma furono i cavalieri ospitalieri dell’Ordine di Malta a conferirgli nel XII secolo la struttura visibile ancora oggi. Un millennio di battaglie non ha scalfito questo straordinario maniero che ospitava nel periodo crociato circa 3 mila cavalieri in grado di sopravvivere per cinque anni senza ricevere rifornimenti, grazie alle enormi cantine in cui riuscivano a conservare a lungo ingenti quantità di alimenti, acqua e vino prodotto in loco. All’inizio del conflitto siriano il Krak era stato occupato dalle forze jihadiste di al Nusra, alias al Qaeda in Siria. Oggi a presidiarlo ci sono i soldati russi e le forze armate del Partito nazionalista sociale siriano, sentinelle silenziose che osservano la valle a metà strada tra Damasco e Aleppo, sulla torre di guardia che ancora oggi, dopo secoli, controlla il “Passo di Homs”, unico varco possibile che si estende su un’area di circa 3 km e conduce alla costa del Mar Mediterraneo, permettendo di raggiungere agevolmente la città portuale di Tartus. Il complesso è in ottime condizioni a differenza di quanto raccontato dai media internazionali, che accusarono Assad di averlo bombardato senza ritegno. Si possono ancora distinguere gli elementi classici dell’architettura franca, segnati dall’intervallare dello stile romanico e gotico, dai motivi geometrici tipici dell’architettura islamica. Incisi sulla roccia inni ad Allah in arabo e preghiere cristiane in latino e francese, che nessuno nei secoli ha mai osato cancellare, o peggio deturpare.
Più a ovest, oltre la fertile valle dell’Oronte, l’esercito siriano ci scorta nel deserto per circa 200 km. La strada è disseminata di posti di blocco, ma dopo anni di tensione e terrore i soldati sono tornati a sorridere. Fanno a gara per salutare e offrirci da bere, felici di incontrare di nuovo anche da queste parti un pugno di italiani che ha deciso di raccontare al mondo un’altra storia. E’ la loro storia, quella di chi non è scappato e ha sconfitto la barbarie, contro tutto e tutti, e in particolare per tutti noi, che oggi possiamo testimoniare la palingenesi di una terra a lungo vilipesa. Arrivare oggi a Palmira è così, ti aspetti l’arida devastazione dopo centinaia di chilometri di vuoto desertico, e invece d’un tratto ti senti guidare da un’invisibile luce, è tiepida e non puoi descriverla, eppure è come se fosse lì con te, la Nike alata della vittoria. Quello che senza indugio può essere considerato il più grandioso e originale sito archeologico del Medio Oriente, ha subito danni inimmaginabili. Qua l’Isis non ha avuto alcuna pietà, unendo la follia iconoclasta al cinismo della razzia di reperti da rivendere al mercato nero. Il museo è oggi uno scheletro, devastato e saccheggiato, nonostante che il direttore Khaled Asad sia riuscito a mettere in salvo buona parte del patrimonio inestimabile qui conservato. L’ultima delle sentinelle dell’arte è rimasto al suo posto, capitano che non abbandona la sua nave, prima di subire la decapitazione da parte dei tagliagole. Eppure ci appare oggi come un dolce fantasma che culla ancora il suo tesoro, come lo straordinario tetraplilo di epoca romana spezzato in tre. Il tempio di Ballshamin, dio dei cieli fenicio, principe della terra e della rugiada, non c’è più. E’ stato completamente distrutto dai jihadisti dello Stato islamico. Del tempio di Bal, anch’esso bombardato dall’Isis, resta soltanto l’ingresso. E’ una pugnalata dritta al cuore assistere a questo scempio, eppure quello che resta in piedi rende in qualche modo ancora più affascinante questo sito. E’ il segno beffardo della civiltà millenaria che ride in faccia ai barbari e agli stolti, come l’unica colonna del tempio di Hera Lacinia rimasta eretta a Capo Colonna. Un messaggio dal sapore ancestrale: la bellezza si può sfregiare, ma resta tale.

Eugenio Palazzini

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