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Roma, 9 mar – «Le donne appartengono alla cucina»: con questo ironico slogan Burger King ha pubblicizzato, per l’8 marzo, il lancio di una borsa di studio per donne chef finanziata dalla fondazione dello stesso colosso del fast-food. La pubblicità è stata diffusa a mezzo Twitter sull’account britannico della società e sul New York Times.



Burger King aizza le femministe… e forse è proprio quello che voleva

Neanche che c’è bisogno di dirlo, lo slogan ha sortito l’effetto del proverbiale drappo rosso agitato davanti al toro (il toro è la galassia politically correct), o del campanello per i cagnolini di Pavlov, se più vi piace. Beghine femministe e accoliti vari hanno fatto a gara per caricare a testa bassa e bava alla bocca quei furboni di Burger King, con tutto il solito Circo Togni di anatemi, frignate e minacce di boicottaggio. Boicottaggio da cui alcune femministe trarrebbero giovamento, considerata la mole fisica di molte di loro.

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La pubblicità ha fatto discutere

Morale della favola, il nome di Burger King – tra le condanne buoniste e il plauso di chi ha conservato il senso dell’umorismo – è schizzato alle prime posizioni dei trending topics di Twitter. Difficile pensare che gli strapagati esperti di marketing e i direttori commerciali della catena non sapessero in che tunnel si stavano infilando. Ma lo hanno fatto lo stesso, e il risultato è stato che se ne è parlato, pure troppo.

Tanto da convincere i cervelloni del marketing a fare la marcia indietro di rito – anche questa, a nostro avviso palesemente prevista e messa in cartellone – di fronte agli ululati delle femministe. «Vi ascoltiamo – ha quindi twittato Burger King –. Il nostro tweet iniziale era sbagliato e ne siamo dispiaciuti. Il nostro scopo era portare alla vostra attenzione che solo il 20% degli chef professionisti in Gran Bretagna è costituito da donne e che volevamo cambiare la situazione offrendo delle borse di studio. La prossima volta faremo meglio».

Dall’appello a comprare da MacDonald alla presa in giro del principe Harry, passando per lo spot «razzista» che ha fatto indispettire i vietnamiti, Burger King ha sempre fatto delle pubblicità spiazzanti il proprio marchio di fabbrica. Non stupisce quindi l’«audacia» e la nonchalance con cui la catena di fast food ha lanciato la provocazione.

Cristina Gauri

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1 commento

  1. I buonisti cadono speso in contraddizione:
    Da un lato hanno creato una dittatura del politicamente corretto. Non si può dire niente.
    Dall’altro, se un grande colosso la sfida, anche facendo una “semplice” provocazione, salta su tutte le prime pagine e.. ottiene pubblicità.
    Secondo me ha fatto bene Burger King a “rompere” i loro diktat.
    Era “ovviamente” una provocazione e voleva fare arrabbiare le femministe, a mio personale parere.

    Anche perchè, volendo parlare seriamente, nella società ipercompetitiva, nella quale comanda “il capitale”, esiste il precariato, esistono paghe basse.. quanti giovani che ci lavorano come operatori multiservizio(figura molto diffusa in questi ambienti), potrebbero permettersi di mantenere una famiglia con un solo stipendio? ben pochi.. credo. Non parliamo di supermanager che sono una assoluta minoranza della popolazione.
    Facendo starnazzare i benpensanti, hanno ottenuto pubblicità. Con le scuse finali poi(ridicole a mio parere) hanno , come si usa dire, dato un colpo al cerchio e uno alla botte.

    In ogni caso, anche senza pubblicità.. alcune multinazionali vincono comunque.. in una società basata sul consumismo estremo, anche per ragioni puramente “materiali”. Possono permettersi di fare prezzi competitivi rispetto ad altri, sono situate in posizioni strategiche, etc.. mirando a una fascia della popolazione non certamente di “elite”.

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