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Roma, 20 set – Ennesimo successo elettorale in questa tornata di rinnovo della Duma (parlamento russo) per Russia Unita, il partito appoggiato da Vladimir Putin. I numeri parlano chiaro: Russia Unita al 49%, Partito Comunista al 19%, Partito Liberal Democratico e Russia Giusta al 7%, Gente Nuova al 5%. Tutti gli altri sotto la soglia di sbarramento del 5% necessaria per accedere alla ripartizione dei seggi proporzionali. I candidati di Russia Unita inoltre dovrebbero aggiudicarsi 195 dei 225 seggi uninominali.



Questi risultati consentono quindi al partito di governo di mantenere salda la maggioranza cosiddetta ‘costituzionale’ dei due terzi (almeno 301 seggi su 450 totali) che permette di effettuare modifiche alla costituzione. Con buona pace di alcuni media italiani poco informati che stanno affermando il contrario. Alla fine dovrebbe assestarsi sui 315 seggi circa, in leggera diminuzione rispetto ai 343 del 2016 ma largamente superiore ai 238 del 2011.

Un’affermazione così netta non era scontata

Un’affermazione così netta non era affatto scontata per svariati motivi. In primis la stagnazione dell’economia russa che ha rallentato la sua crescita ormai da molti anni, non certo agevolata da conflitto in Donbass e Covid. Inoltre c’è sempre stata una differenza tra il fortissimo consenso personale del presidente Putin e la fiducia nei confronti del partito, verso il quale gli elettori sono più ‘freddi’ soprattutto dopo la contestata riforma delle pensioni del 2018.

Infine gli sforzi atlantici per cercare di influenzarne l’esito non sono mai stati così forti: dal sostegno alle proteste pro-Navalny alla promozione del cosiddetto ‘smart voting’ contro Russia Unita. E’ evidente come questi tentativi non solo siano clamorosamente falliti ma anzi abbiano ottenuto l’effetto contrario a quello sperato, ovvero compattare ancora di più la società russa intorno al suo leader e a un sistema di valori sempre più distante da quello progressista dominante in Occidente.

Russia, non solo il partito di Putin: chi sono gli altri “vincitori”

Questa analisi è ancora più evidente andando ad analizzare i risultati degli altri partiti. La principale opposizione al governo è il Partito Comunista (KPRF), che è riuscito a crescere rispetto alle elezioni precedenti rosicchiando qualche punto percentuale a Russia Unita. Ma i media nazionali che in queste ore ne parlano come di un baluardo democratico anti-Putin forse non sanno (o fingono di non sapere) che il partito di Zjuganov non ha proprio niente a che vedere con la sinistra progressista occidentale, ma anzi vi è ancora più distante di quanto non lo sia Russia Unita.

Si tratta infatti di un partito fortemente anti-capitalista favorevole alla nazionalizzazione di tutti i settori strategici dell’economia e fautore di un approccio più duro nei confronti della Nato e degli ‘agenti stranieri’ quali Ong pro-Navalny e Lgbt. E’ paradossale che il maggior numero di candidati suggeriti agli elettori dal sistema di ‘smart voting’ sponsorizzato da Navalny fossero proprio del Partito Comunista, considerato che Zjuganov lo ha definito “non solo un uomo d’affari che ruba ma un traditore che è venuto a dare fuoco al paese”.

Altrettando radicalmente anti-globalista, in questo caso da posizioni di destra conservatrice, è il Partito Liberal Democratico (LDPR) di Zhirinovsky. Per trovare il primo partito dichiaratamente liberale e filo-occidentale occorre scendere fino all’1% di Yabloko (‘mela’ in russo), che riesce a far eleggere solamente il suo leader Sergei Mitrokhin nel collegio ‘radical-chic’ di Mosca Centro (la regola della Ztl evidentemente vale anche in Russia). Non va meglio ad Alternativa Verde che si ferma allo 0,63%.

Brogli e voti di scambio?

Numeri così schiaccianti relegano nell’irrilevanza le polemiche relative a presunti brogli (di cui anche stavolta non esistono però prove concrete, a differenze delle elezioni americane) e le accuse di voto di scambio per i bonus concessi poco prima delle elezioni a pensionati e forze dell’ordine (come se non fosse uso comune di tutte le democrazie, Reddito di Cittadinanza docet).

Anche le elezioni locali svolte in contemporanea al rinnovo della Duma in nove regioni hanno visto prevalere in sette casi il candidato governatore sostenuto da Russia Unita con una vittoria a testa per comunisti e liberal democratici. Plebiscito in Cecenia per l’uomo forte di Putin Ramzan Kadyrov che viene eletto con il 99,7% dei voti.

Una Russia disinteressata a Ue e Usa

Infine due aspetti di queste elezioni interessanti soprattutto se letti in ottica futura. Per la prima volta sono stati allestiti centinaia di seggi per il voto elettronico nelle due repubbliche di Donetsk e Lugansk in Donbass per dare la possibilità di votare agli oltre 600mila residenti che hanno acquisito la cittadinanza russa. Si tratta di un ulteriore passo nel processo di integrazione tra questi territori e la Federazione Russa.

Dmitrij Medvedev, formalmente leader di Russia Unita, non è stato scelto da Putin come capolista del partito per queste elezioni, preferendogli i più popolari ministri della Difesa Shoigu e degli Esteri Lavrov. Seconda importante bocciatura, dopo la sostituzione dal ruolo di primo ministro a mandato in corso, nel giro di poco tempo per quello che è da sempre considerato come l’uomo di punta dei moderati che vorrebbero dialogare con l’Occidente. Tutto quindi va nella direzione di una Russia sempre più sovrana e disinteressata ai giudizi di Usa e Ue.

Lorenzo Berti



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2 Commenti

  1. Buone notizie dalla Russia!.Almeno qualcuno che contrasta i poteri occulti totalitari dell’ occidente che ci hanno imposto austerity decennale e dittatura sanitaria per un qualsiasi virus invernale

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