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Kiev, 26 mar – Il voto per il primo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina avrà luogo il 31 marzo 2019. La campagna è iniziata ufficialmente il 31 dicembre 2018. Sono elezioni la cui importanza è ben avvertita dalla popolazione. A Char’kov la vita sembra essersi fermata. Nessuno, nemmeno chi ne abbia i mezzi, fa scelte a lungo termine (acquisto di beni immobili, contrazioni di mutui o altro): «vsjo posle vyborov», vale a dire «tutto dopo le elezioni», quando sarà chiaro che indirizzo prenderà la nazione. Avviare un contesto di ricostruzione o cedere definitivamente all’inarrestabile involuzione maidanita, iniziata nel 2014. Se consideriamo che Char’kov, in molte sfere, è persino superiore a Kiev per importanza scientifica, industriale ed economica, comprendiamo la portata dell’evento.

Ucraina: un paese disincantato e stanco

Il nuovo presidente dovrà risolvere problemi fondamentali: normalizzare le relazioni con la Russia, l’Impero Atlantista e le sue appendici (l’Unione Europea), porre fine in maniera pacifica alla guerra civile nel Donbass, che qui ormai non vuole più nessuno (a parte elementi ideologizzati o agenti del blocco atlantista), risanare un’economia in profondo ristagno ed asservita al dollaro (nel 2013, prima del golpe maidanita, il dollaro era a 8 punti, ora è a 30 – con salari immutati), pacificare, nei limiti del possibile, un’arena politica dominata da fazioni ed interessi inconciliabili. Nei cinque anni precedenti non è stato risolto nulla di quanto menzionato, poiché è stata promossa una strategia rivolta a favorire unicamente i programmi atlantisti in Eurasia occidentale: una strategia assolutamente indifferente alle reali necessità della nazione ucraina, che ne è stata devastata e lacerata.

Viktor Janukovič è stato presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014

In altri termini, l’identità del nuovo presidente – una marionetta atlantista, oppure un individuo promosso da gruppi che identifichino la propria sopravvivenza politica in una maggiore lealtà agli interessi nazionali? – avrà un impatto estremamente significativo a livello non solo locale, ma anche globale, poiché stabilirà nei prossimi anni gli equilibri in una zona geopolitica di valore essenziale. La campagna elettorale si sta svolgendo in un’atmosfera torbida e disincantata anche se, per certi versi, è possibile notare un risveglio delle coscienze: tra le persone comuni, persino tra coloro che ancora non si siano pentiti della scelta fatta dal Paese nel 2014, ci si trova costretti a riconoscere che, durante la presidenza di Janukovič, si viveva meglio. Nessuno crede più negli «ideali» del Maidan o, per meglio dire, tutti ormai comprendono il programma geopolitico antinazionale che si celava dietro la propaganda di falsa rinascita civile elaborata dagli ingegneri sociali atlantisti.

Dissenso e repressione

Simile consapevolezza si riflette anche nella sfera dell’informazione, dove osserviamo tendenze che, ancora un anno fa, sarebbero state inammissibili e pericolose: lo spazio mediatico è ormai dominato da canali e siti d’opposizione («112», «NewsOne», «Naš», «Zik» e, soprattutto, «Strana.ua»), nonostante la feroce censura, le repressioni, la concorrenza della macchina propagandistica del governo in carica e delle opposizioni considerate da Washington come nuovi clienti. Si tratta di un indicatore importante non solo della perdita di consenso del duumvirato Porošenko-Groysman (il primo ministro succeduto nella carica ad A. Jacenjuk), ma anche della progressiva incapacità del potere attuale di controllare ed arginare le manifestazioni di dissenso: Zik, ad esempio, osa ormai intervistare Andrej Portnov, uno degli uomini più vicini a Janukovič, senza che i responsabili del canale abbiano a temere per la propria incolumità. Vuol dire molto, in un paese dove i giornalisti e gli uomini di pensiero sgraditi al regime sono stati fatti uccidere con disinvolta impunità (tra le vittime degli ultimi cinque anni ricordiamo, in particolare, S. Dolgov, O. Moroz, S. Suchobok, O. Busina, P. Šeremet, K. Handziuk).

Il crescente criticismo dell’opinione pubblica nei confronti del regime di Kiev non si accompagna, però, ad un incremento di sentimenti russofili: gli ucraini orientali, tradizionalmente vicini alla Russia, non dimenticano e non perdonano il gioco sporco condotto da Mosca nel Donbass, dove Doneck e Lugan’sk sono state prima spinte a diventare una spina nel fianco dell’avanzata Nato ad est e, poi, sono state abbandonate al proprio destino. Sondando i sentimenti della gente a Char’kov, posso dire che la maggior parte del ceto medio (piccoli imprenditori, commercianti, impiegati) non vuole né l’Impero Atlantista né la Russia. Vogliono semplicemente l’Ucraina. Un’Ucraina normale e civile, dove poter avere una vita degna. E vogliono esprimere un voto costruttivo, contro ogni tipo di sistema colluso sia con Washington che con Mosca.

Gli intellettuali

Un discorso a parte va fatto per l’intelligencija, rigorosamente sorosiana e guerrafondaia. È una posizione logica: gli intellettuali – siano essi attivi nelle sfere accademiche oppure no – sognano di far carriera nelle università e negli spazi mediatici occidentali come i loro predecessori della Guerra Fredda, quando ci si poteva assicurare una cattedra per il semplice fatto di essere dissidenti e russofobi. Che importa se il paese di nascita biologica viene annientato: è il prezzo che altri pagheranno per il tuo appartamento parigino e il tuo stipendio alla Sorbona. Ma i tempi sono cambiati, la Federazione Russa non è l’Unione Sovietica: di conseguenza, anche le ricompense sono minori sia di numero che di entità. E questo gli intellettuali ucraini «+europei» o non lo capiscono o lo capiscono troppo tardi: il loro voto rimane, tuttavia, pericoloso, perché le loro ambizioni li rendono ciechi alla realtà attuale e alle vere necessità del Paese. Bisogna tener conto di questi fattori per capire meglio la natura delle imminenti elezioni, così atipiche e dall’esito poco prevedibile.

Il numero dei candidati

Il carattere esclusivo di queste elezioni è testimoniato anche dall’altissimo numero dei candidati alla carica: sono 44 (viene battuto il precedente record del 1999, quando alle elezioni presidenziali parteciparono 24 pretendenti). Questo numero non sorprende chi conosce bene le dinamiche politiche ucraine: la riduzione del potenziale energetico ed infrastrutturale del paese, seguita al fallimentare golpe del 2014 che ha portato alla perdita delle miniere carbonifere del Donbass e alla scomparsa del gas russo a prezzi minimi (trasferito poi ai paesi europei a prezzi massimi), ha fatto moltiplicare le fazioni oligarchiche – un tempo più compatte e meno numerose – in diversi gruppi ridotti, meno influenti e divisi tra loro. Ognuno di questi gruppi è interessato a portare al potere presidenziale un proprio uomo. A questa categoria appartengono le schegge formatesi dal defunto «Partito delle Regioni»: una miriade di partitini all’opposizione («Za žizn’», «Naši» «Graždanskaja Posicija» ed altri) disuniti ed incapaci di creare un’opposizione concreta al presidente in carica.

I «cloni tecnici»

Inoltre, nella lista elettorale è possibile notare una consistente presenza di «cloni tecnici», creati dal presidente in carica per ammortizzare la pressione della maggiore rivale, Julija Timošenko (alias «La Principessa del Gas», partito: «Batkivščina»), e sottrarle una percentuale sensibile di voti. La logica d’azione di questi cloni è semplice: promettere più di quanto si possa permettere la Timošenko, che nelle promesse è una «bomba» conclamata di fattura renziana. Se la Timošenko, ad esempio, si impegna a ridurre di due volte il prezzo del gas per i consumi quotidiani (cosa impossibile, dato che a partire dal 2018 l’Ucraina è costretta ad importare gas solo dai paesi Ue, a prezzi molto più alti di quelli applicati a suo tempo da Gazprom), Sergej Kaplin (partito: «Blok Petra Porošenko –Solidarnost’») ne assicura una riduzione quadrupla. I «cloni» danno promesse allettanti ma difficilmente realizzabili. La loro utilità per Porošenko è, quindi, duplice: erodono il bacino elettorale dell’avversaria e, allo stesso tempo, liberano il presidente in carica dalla responsabilità di mantenere gli impegni dati, poiché essi sono garantiti «tecnicamente» da altri politici.

Julija Timošenko

Infine, molti pretendenti concepiscono queste elezioni come un semplice banco di prova per testare la propria influenza a livello regionale – nell’eventualità  di una frammentazione sistemica dello Stato ucraino, non ancora avvenuta ma probabile – e incrementare la propria visibilità in vista delle elezioni parlamentari, previste per il 27 ottobre 2019: in caso di successo alle elezioni presidenziali (intendiamo il superamento del 3%), per queste figure minori sarà possibile ottenere maggiori leve sul nuovo presidente, maggiore manovra nei nuovi giochi di potere e maggiori certezze per l’accesso alla Verchovnaja Rada (il Parlamento ucraino). A questa categoria appartengono Evgenij Muraev («Naši»), Aleksandr Vilkul («Opposicionnyj Blok»), Jurij Bojko («Za žizn’») e Sergej Taruta («Osnova»), forti in Ucraina orientale, mentre O. Ljaško («Radikal’na Partija» lo è in quella occidentale.

Sondaggi inattendibili

Otteniamo un quadro estremamente frammentato, che conviene, in primo luogo, a Porošenko: nonostante lo stentato 17,4% di sostegno elettorale prospettato dai sondaggi aggiornati al 19 marzo, il presidente in carica può sperare di passare ugualmente al secondo turno, poiché la maggior parte dei suoi opponenti può contare su percentuali molto più basse (J. Bojko: 10,2%; A. Gricenko: 9,4%; O. Ljaško: 5,8%; A. Vilkul: 3,5%).

Vladimir Zelenskij

Solo due altri pretendenti costituiscono una reale minaccia: la già menzionata Timošenko (18,8%) e l’uomo di spettacolo Vladimir Aleksandrovič Zelenskij (partito: «Sluga Naroda»), che si è rivelato la «sensazione» di queste elezioni: i sondaggi gli prospettano il primo posto (26,4% secondo l’«Istituto Sociologico Internazionale di Kiev», il 24,9% secondo la «Socis», il 17,5% secondo il «Centro Razumkov»). Un buon risultato per un comico satirico estraneo al mondo della politica. È bene, però, ricordare una cosa molto importante: in Ucraina, più che negli altri paesi europei, i sondaggi pre-elettorali sono estremamente inattendibili, poiché, molto spesso, sono il risultato di ordini e commesse dei vertici politici o di singoli uomini di potere. Esistono, inoltre, fattori puramente operativi che ci costringono a dubitare dell’esattezza dei dati: più di un terzo degli elettori ucraini è ancora indeciso su chi votare e la maggior parte dell’elettorato della Timošenko si trova nelle campagne (matriarcali e guerrafondaie), dove i rappresentanti delle agenzie statistiche, naturalmente, non arrivano. Possiamo quindi dire con certezza che a lottare per la poltrona presidenziale saranno i tre pretendenti menzionati, ma è impossibile prevedere, sia pure in maniera vagamente attendibile, la percentuale approssimativa del loro elettorato effettivo.

Marco Civitanova

Continua…

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2 Commenti

  1. “nel 2013, prima del golpe maidanita, mille grivne valevano otto dollari, ora ne valgono 30 – con salari immutati” Se cosi’ fosse starebbero molto meglio gli affamati ucraini.In realtà prima del golpe 1000 grivne erano 80 dollari

    • Salve, sono l’autore dell’articolo. Lei ha ragione. Purtroppo, al momento della resa del materiale, ho consegnato per errore la prima variante, non redatta e non controllata. Questa variante è stata già sostituita con quella designata per la pubblicazione. Cordiali saluti.

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