Qualsiasi cosa si pensi dei Curdi, l’operazione militare che la Turchia sta per iniziare nel nord della Siria rischia seriamente di trasformarsi in una pulizia etnica. Inizialmente mascherata da azione antiterrorismo, è semplicemente l’invasione di uno stato sovrano, con il proposito di eliminare o di far fuggire centinaia di migliaia di persone di una determinata etnia dalle aree a ridosso del confine, per reinsediare in quella zona due milioni di siriani rifugiatisi nel corso degli anni in territorio turco. E non si tratta di speculazioni giornalistiche, ma di pubbliche dichiarazioni del portavoce del presidente turco. Sarebbe quindi, quantomeno, una sostituzione etnica.


Il voltafaccia americano

Ed è probabilmente la prima volta che un’operazione del genere viene serenamente annunciata da un capo di stato, il presidente turco Erdogan, con tanto di benedizione su Twitter da parte del Presidente degli Stati Uniti, che ha spostato le sue truppe presenti in loco per fare spazio ai carri armati di Ankara. Ci sarebbe da ridire, e da ridere (non fosse una situazione drammatica), pensando all’ennesimo tradimento della causa curda da parte della Casa Bianca, e all’aria sorpresa, e vagamente terrorizzata, dei leader curdi, visto qualche non troppo velato indizio suggeriva loro di non fidarsi granché degli amici a stelle e strisce. Sarebbe stato più prudente accettare le proposte di Damasco – contro cui, va ricordato, i curdi non hanno mai combattuto apertamente, al di là di qualche scaramuccia – che offriva una certa autonomia, ma naturalmente non un’unione di stampo federale, in cambio del ripristino della sovranità nazionale.

I rischi per Damasco

Il voltafaccia di Trump, contestatissimo peraltro dall’intero establishment politico-militare di Washington, ma approvato dall’opinione pubblica americana, che probabilmente non ha mai capito che cosa ci siano andati a fare laggiù i Marines, ha lasciato i cantoni curdi del nord siriano senza alcuna protezione. Tanto che diverse voci si sono levate per chiedere una rappacificazione con Assad, in cambio di protezione dalle mire turche. Il governo siriano si trova così a un bivio. Approfittare dell’operazione militare di Erdogan per invadere le aree a sud della fascia di sicurezza prevista dallo Stato Maggiore turco, in una sorta di riedizione mediorientale della spartizione russo-tedesca della Polonia, o ascoltare il grido di dolore dei curdi, e mandare i suoi uomini a fronteggiare l’esercito invasore. Le forze armate siriane però, com’è normale che sia dopo otto anni di guerra civile, potrebbero non essere in grado di reggere l’urto su una fascia di confine così lunga, e dovrebbero per forza fare affidamento sull’aviazione russa, e forse non solo su quella, rendendo ancora più esplosiva la situazione.

Anche se il rischio maggiore che corre Damasco è che i turchi, spingendo le popolazioni curde fuori dalla fascia di sicurezza, e reinsediando in quella zona i rifugiati siriani che ospitano sul loro territorio, riescano a creare una sorta di Siria del nord araba, ma fortemente filo-turca. Una regione formalmente siriana, ma di fatto controllata da Ankara, amministrata civilmente e militarmente dagli oppositori di Assad, ovvero da qualche politico di secondo piano e da migliaia di estremisti islamici armati e addestrati dalla Turchia. E non è un buon segno l’annunciata apertura di tre facoltà dell’università turca di Gaziantep in territorio siriano. Da sempre, rappresentando la punta di diamante della cultura di una nazione, l’università è molto più di un semplice edificio in cui si assegnano dei diplomi di laurea.

I soliti “ribelli”

E a tal proposito andrebbero rilette le dichiarazioni farneticanti apparse su molti media occidentali, che anni fa raccomandavano di supportare i ribelli, descritti come cavalieri della democrazia liberale che avrebbero salvato la Siria da un regime brutale e criminale. Peccato che ora questi ribelli siano la fanteria dei turchi in una operazione di sostituzione etnica, e saranno loro – c’è da scommetterci – a fare il lavoro sporco su vecchi, donne e bambini curdi. E Trump, e l’Europa, e tutti i capi di stato e di governo che hanno ripetuto il mantra “Assad se ne deve andare”, diventando così amici e alleati di questi tagliagole, potranno continuare a credersi assolti.

Mattia Pase

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