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Eritrea: perché tanti fuggono verso l’Europa?

by Francesco Meneguzzo
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Mappa dell’Eritrea

Asmara, 17 giu – Folle di eritrei, richiedenti asilo, ammassati presso le stazioni di Roma e Milano, a Ventimiglia, esposti più o meno di proposito alla compassione, spostati come pacchi secondo convenienza e necessità del momento, nel degrado e nella colpevole impotenza dello Stato.

All’origine degli almeno 37mila eritrei sbarcati sulle coste italiane nel 2014, il 22% del totale, una situazione oggettivamente molto pesante: alcune centinaia di migliaia di eritrei per lo più in età da lavoro si trovano nel Sudan e nel Sud Sudan, ma anche e più o meno volontariamente nella vicina-nemica Etiopia (che tuttora occupa un’area assegnata dall’Onu all’Eritrea), di cui almeno decine di migliaia in precari campi profughi gestiti dall’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), mentre sono circa quattromila le persone che ogni anno riescono ad abbandonare il paese nonostante la chiusura delle frontiere.

Descrivere una nazione con uno slogan è non solo riduttivo e forse offensivo per il popolo in oggetto, ma invariabilmente fuorviante. Per esempio, sostenere che l’Eritrea sia l’inferno in Terra, come emerge dal rapporto 2015 della Ong Human Rights Watch (Hrw), chiacchierata per il suo diritto-umanesimo a senso unico, fa a pugni con certe evidenze oggettive.

Isaias Afwerki

Il presidente a vita dell’Eritrea, Isaias Afwerki

È piuttosto acclarato che il presidente di fatto a vita del piccolo paese africano, Isaias Afewerki, già protagonista anche sul campo della lunghissima lotta per l’indipendenza dall’Etiopia conclusa con il referendum sotto egida Onu del 1993, abbia militarizzato il paese (servizio di leva obbligatorio unisex dai 17 anni di età e a tempo indeterminato, con rilascio del passaporto verso i 60 anni), represso le opposizioni e imbavagliato la stampa, istituito un sistema poliziesco e delatorio che ricorda la Stasi dell’ex Ddr, puntato su un’autosufficienza che ricorda i principi autarchici tramandati dall’ex potenza coloniale italiana nell’ultimo periodo dell’Impero negli anni ’30 del secolo scorso, condotto due guerre negli anni ’90, la prima contro lo Yemen e la seconda, più sanguinosa, contro l’Etiopia ex occupante, e infine – per l’orrore di Hrw – cacciato le Ong straniere dal paese.

È parimenti vero, però, che il tasso di mortalità neonatale in Eritrea è il decimo più basso di tutta l’Africa (40 su mille contro i 75 su mille dell’Etiopia), la diffusione delle vaccinazioni è altissima, le mutilazioni genitali femminili sono bandite e praticamente scomparse, e complessivamente l’assistenza sanitaria è probabilmente la migliore della regione.

Avendo preferito i rapporti bilaterali all’assistenza internazionale – rifiutando i prestiti della Banca Mondiale e degli Stati Uniti, nonché limitando anche gli aiuti alimentari – le risorse del paese sono sfruttate di concerto con singoli stati esteri: oro e uranio con l’Iran, limitati insediamenti turistici lungo i 3mila km di sviluppo delle coste del Mar Rosso con il Qatar, concessioni di basi navali ancora all’Iran ma anche a Israele. Poco o niente, ironia della sorte, con l’Italia (salvo, si racconta, forniture militari).

Un paese di giovani, anzi giovanissimi: dei circa sei milioni di residenti, il 43% ha meno di 14 anni (in Italia, la percentuale si ferma a un imbarazzante 14%), mentre ogni anno si contano 37 nati per mille persone (in Italia soltanto nove), tanto che la popolazione è quasi raddoppiata nel corso dei 20 anni d’indipendenza (da 3,3 a oltre sei milioni).

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Eritrea: dinamica del prodotto interno lordo e della popolazione (dati: Banca Mondiale)

Perché il problema del flusso emigratorio dall’Eritrea è scoppiato in questi ultimi anni?

Certamente le spese militari hanno pesato: tra il 1993 e il 2003, ultimo anno in cui sono disponibili dati, la media è stata un esorbitante 22% del già magrissimo prodotto interno lordo (Pil). È probabile tuttavia che successivamente la stessa voce si sia ridotta, dal momento che l’Eritrea non è stata più coinvolta direttamente in conflitti armati, anche se gli Usa accusano Asmara di sostenere gli integralisti Shabaab attivi in Somalia e Kenya, ragione del corrente embargo sulle forniture militari nei confronti del regime di Afewerki.

Così come lo stato delle libertà civili e politiche non pare essere peggiorato negli ultimi anni.

Più verosimilmente, il cuore del problema è economico e derivato dalla combinazione di elementi interni ed esterni.

Per prima cosa, il già menzionato raddoppio della popolazione dal 1994, rispetto al quale il Pil nazionale, in moneta costante del 2005, è passato dai circa 800 milioni di dollari del 1994 a meno di 1,3 miliardi nel 2013, con un aumento in termini assoluti del 60% che si traduce però in una diminuzione del Pil pro-capite del 20%, quest’ultimo attestandosi nel 2013 ad appena duecento dollari all’anno per abitante.

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Alto: prezzo del petrolio e consumo pro-capite di prodotti petroliferi in Eritrea. Basso: bilancio petrolifero di Sudan e Sud Sudan (dati: EIA-Usa)

Alla radice di questa estrema povertà, a sua volta, oltre all’assenza di una industria manifatturiera e di un’agricoltura moderna, l’indisponibilità di risorse minerarie rilevanti, fatta eccezione per i modesti giacimenti di oro e uranio, e in particolare di idrocarburi e di carbone.

L’unica fonte energetica fossile utilizzata in Eritrea è il petrolio, la cui accessibilità è stata condizionata con una correlazione impressionante dal prezzo della medesima risorsa. Così, se nel 1998 con il prezzo del petrolio a 14 dollari al barile (moneta costante del 2010) il consumo di prodotti petroliferi ha toccato il massimo di 8mila barili al giorno, nel 2013 – con il prezzo intorno a 100 dollari – lo stesso consumo era crollato a meno di 5mila barili. In termini di consumo individuale, la combinazione con l’espansione demografica è crollato da circa 110 litri all’anno per persona nel periodo 1994-1999 a soli 45 litri nel 2013: una riduzione del 60%.

In altre parole, è oggi disponibile un solo “pieno” all’anno per ciascun eritreo: evidentemente insufficiente per sostenere un’agricoltura meccanizzata (che infatti è affidata esclusivamente al lavoro umano e animale), né tanto meno una qualsiasi industria di trasformazione.

Né è immaginabile un sostegno in questo senso dai vicini Sudan e Sud Sudan, con cui Asmara intrattiene rapporti amichevoli in virtù del suo ruolo nella pacificazione dopo la guerra civile sudanese, dal momento che la stessa produzione combinata dei due grandi paesi africani è crollata dai quasi 500mila barili al giorno del 2010 ai soli 260 mila del 2014, mentre la relativa popolazione è aumentata del 50% dal 1994. Per le medesime ragioni, non è ipotizzabile che Sudan e Sud Sudan possano sostenere qualsiasi pressione immigratoria dall’Eritrea.

Poiché i suddetti elementi fondamentali – espansione demografica e inaccessibilità del petrolio – sono comuni a molti Stati africani della regione, parimenti privi di strutture produttive significative e di capitali pregressi, mentre gli aiuti internazionali, anche se benvoluti dai beneficiari, diminuiscono a causa della crisi globale, il problema eritreo potrebbe configurarsi come un paradigma di molte altre crisi prossime venture.

Francesco Meneguzzo

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1 commento

Gian Paolo Carini 19 Luglio 2015 - 8:08

Finalmente un servizio documentato sulla situazione Eritrea, credo di potere fare questo commento avendo vissuto per nove anni in quel paese ( sono rientrato nel 2012)
GPC

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