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Roma, 13 gen – Prima Silvia Romano in Kenya e adesso Luca Tacchetto in Burkina Faso, spariti nel nulla. Sequestrati o dispersi in terra d’Africa, sottovalutando i rischi in cui si può incorrere in certe aree del mondo. Da sempre, per scelta politica o economica, le Ong che operano in zone di crisi non si affidano a provider di servizi di sicurezza e prevenzione rischi, sottovalutando proprio quegli aspetti che in seguito comporteranno altri problemi. Una scarsa attenzione alla sicurezza dei propri operatori, è cosa comune anche nelle grandi aziende, per mero risparmio economico.

Tuttavia  si sono inventati la nuova figura professionale del “security travel officer” che, nella maggio parte dei casi, è una figura “di ufficio” che si occupa di fare i biglietti aerei,  e leggere vari post e o articoli concernenti il luogo di interesse, omettendo il vero compito di ricerca informazioni sul campo da svolgere direttamente. Ma ovviamente fare una valutazione dei rischi in loco comporta spese, e oggi la politica è il risparmio, anche a scapito delle vite umane. Il ragionamento è semplicemente basato su una statistica tutta loro, ritenendo matematicamente improbabile che accada un problema.

Un ragionamento fatto proprio solo da chi fa volontariato, in realtà i problemi ci sono come ci sono i terroristi pronti a rapire per poi chiedere il riscatto.

Lo conferma Giovanni Di Gregorio, ad della SecPro Africa Limited, nota società di sicurezza che opera nell’Africa occidentale, che assiste organizzazioni non governative e aziende straniere che operano in Africa.  Oltre all’aspetto economico dedito al risparmio, presso le Ong e in alcune Aziende, esiste un senso di generale menefreghismo che tende a screditare il lavoro di veri professionisti, vedendoli e apostrofandoli come “mercenari” e quindi non credibili sul lato umano.

L’aspetto economico di una figura capace che gestisca la sicurezza certamente ha un suo costo, ma se valutiamo il costo umano che comporta la sua assenza negli assetti dirigenziali, non vi è paragone che tenga. Dovrebbe essere il legislatore stesso, a prevedere l’ausilio di compagnie militari private durante queste missioni di carattere umanitario, proprio per scongiurare eventuali situazioni di pericolo. Situazioni che potrebbero portare a costi spropositati, se vogliamo soffermarci sull’aspetto economico, basti pensare cosa comporta la liberazione di un ostaggio. Le aziende che si occupano di fornire servizi di sicurezza, hanno a disposizione uomini e mezzi conoscono il territorio e, cosa importantissima, conoscono la popolazione; sanno dove e come ci si può muovere in aree di crisi od aree remote.

Inviare un esperto della sicurezza a condurre una valutazione dei rischi in area di crisi ha un costo economico di almeno di 20mila euro per una settimana. Una spesa che in pochi sono disposti a spendere, specialmente se parliamo di Ong e aziende italiane, che risultano essere cattivi pagatori rispetto ad americani, inglesi e francesi, che operano nelle stesse aree di crisi e che abbracciano la stessa ideologia liberale.

Mentre Ong di altre nazionalità si possono permettere di avere un ufficio sicurezza gestito da figure altamente specializzate e staff appositamente strutturato con non meno di dieci persone, le organizzazioni e società italiane a malapena hanno un consulente esterno malpagato e spesso del tutto ignorato (tante volte neanche quello).

C’è da dire anche che in Italia non esiste una vera cultura della sicurezza. Le realtà che offrono formazione concreta come Security Manager sono pochissime, e comunque risulta poi difficile trovare un effettivo impiego per i motivi sopra citati. Essere Security Manager non vuol dire saper sparare bene e cambiare il caricatore velocemente, significa saper redigere specifici documenti in tema di sicurezza, evacuazione a analisi di rischi in area di crisi. Ciò si concretizza in una efficace ed efficiente gestione di finanze e risorse umane, al pari di qualsiasi altro Manager aziendale, ma in questo caso c’è di mezzo la sicurezza di vite umane.

In Italia quindi, la nomina di Security Manager è oltremodo abusata, per non parlare che agli stessi sono demandati attività di gestione del personale di portierato e RSPP. Sempre in Italia è anche molto facile vedere affidato le attività RSPP presso cantieri, a persone appartenenti alle categorie protette, che non hanno certe capacità di movimento e del tutto impedite a fare i controlli che la loro funzione comporta, presso i siti.

Francesco Arcari

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