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Roma, 19 mag – L’Europa, per mezzo del Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (Ecdc) avrebbe sottovalutato e minimizzato il pericolo rappresentato dal coronavirus appena tre giorni prima dell’esplosione del focolaio a Codogno. Lo ha rivelato El Pais dopo aver visionato i verbali del vertice, avvenuto il 18 febbraio e durato due giorni, a cui ha preso parte anche l’italiana Silvia Declich dell’Istituto superiore di sanità. Il 21 febbraio, grazie all’intuizione di un’anestesista dell’ospedale di Codogno che aveva eseguito il tampone su di un paziente con sintomatologia compatibile con il Covid-19, veniva diagnosticato il primo caso di coronavirus sul territorio nazionale; da lì a poco l’Italia avrebbe appreso che il virus si stava diffondendo a macchia d’olio nel Nord della penisola.



Ebbene, 72 ore prima l’Ecdc si era riunito a Solna (Svezia) e non aveva ritenuto degni di preoccupazione i 45 contagi di coronavirus già registrati in Europa, tutti importati dalla Cina (tra cui la coppia di coniugi a Roma). In quei giorni un turista cinese originario di Wuhan era morto a Parigi. L’Ecdc, nel considerare questi casi, aveva precisato che si trattava di infezioni locali che sembravano «essere lievi», oltre che poche e localizzabili. L’organismo classificava quindi il rischio per la popolazione come «basso» e il rischio per il sistema sanitario come «basso o moderato». La voce «coronavirus», a riprova di ciò, occupava solo 20 dei 130 punti del verbale conclusivo.

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«Considerano basso il rischio per la popolazione europea e non ci sono pressoché avvertimenti sulla pericolosità del virus, la necessità di provare a vedere se è già in Europa, di procurarsi i mezzi per affrontarlo, di progettare misure», riferisce El País. Niente di niente. Addirittura, spiega il quotidiano spagnolo, i rappresentanti di Austria e Slovacchia partecipanti al vertice avvertono riguardo al rischio di «terrorizzare la popolazione»;  e mentre il delegato spagnolo che consiglia di non «stigmatizzare» chi si sottopone ia tamponi, l’esponente della Germania espone le proprie perplessità riguardo la strategia di contenimento: «Non ha funzionato perché le malattie non rispettano i confini». il suo suggerimento di discutere su «eventuali raccomandazioni» da diffondere presso la popolazione rimane inascoltato.

La Declich (Iss) si chiede «se gli asintomatici possano trasmettere la malattia e se vadano messi in quarantena», ma la domanda cade nel vuoto. Inoltre prova ad avvertire che maggiori è la quantità di dati disponibili, maggiore è la possibilità che la situazione possa cambiare. «E questo – aggiunge – può accadere molto rapidamente, con un impatto significativo». Nonostante tutto suggerisce di attenersi alle linee guida dell’Oms.

Nel vertice c’è spazio anche per parlare di dispositivi di protezione individuale, ma nessuno espone piani di approvvigionamento. Solo il rappresentante danese parla di «problemi di capacità di letti negli ospedali». E i criteri per sottoporre i casi sospetti a tampone? Solo uno: devono essere stati a Wuhan. Per l’Ecdc, quindi, non andavano testati né i soggetti con sintomatologia compatibile con il Covid-19 né quelli ricoverati in intensiva con polmonite anomala o di origine sconosciuta. «In un caso di polmonite grave sarebbe logico cercare il virus», aveva chiesto il rappresentante danese consigliando di essere «proattivi» e «preparati» come in Giappone o Vietnam. Anche il quel caso, come abbiamo visto, le sue richieste sono cadute nel vuoto. Ci vorrà l’intuizione geniale dell’anestesista codognese che, infrangendo le direttive dell’Ecdc, tre giorni dopo testerà il Paziente uno per coronavirus; probabilmente salvando l’Italia e l’Europa da una sorte ben peggiore di quello che sarebbe toccata loro se avessero ascoltato il suo organo di controllo sanitario.

Cristina Gauri

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