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Bruxelles, 23 mag – Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Facebook, in viaggio in Europa per incontrare il presidente francese Emmanuel Macron, ieri è stato al Parlamento europeo per rispondere delle questioni delicate in materia di tutela della privacy, venute alla ribalta con lo scandalo di Cambridge Analytica e del business dei dati, “pescati” per “profilare” gli utenti in vista delle presidenziali Usa. L’europarlamento inoltre ha chiesto conto delle misure che il ceo del social network intende approntare in conformità delle nuove norme Ue Gdpr in materia di tutela dei dati personali.

Ma al di là delle domande di rito e delle posizioni ufficiali, vale la pena far presente un tema altrettanto delicato: quello della cosiddetta lotta alle fake news ingaggiata da Facebook. Un modo subdolo – mascherato da “fact-checking” che vuole garantire un’informazione corretta e credibile – per mettere a tacere chi non è allineato con il politicamente corretto, che poi sarebbe quel “pensiero unico” in cui sguazza il business online, in cui si è tutti così social, così sensibili, così illuminati da acquistare tutti gli stessi prodotti, andare in vacanza negli stessi posti, eccetera eccetera. Chi è fuori dal coro magari compra altro, e quindi non va bene.
A farlo presente a Zuckerberg è stato Nigel Farage, ex leader dell’Ukip, del gruppo euroscettico Efdd, che accusa il ceo del social di censurare le posizioni politiche non di sinistra. “Smetti di dirci che Facebook è una ‘piattaforma per tutte le idee’. L’evidenza dei fatti dimostra che i vostri algoritmi censurano le opinioni dei conservatori“, scrive su Instagram.
Sulla stella linea Nicolas Bay, eurodeputato francese del Front National, il quale ha obiettato: “Tale censura arbitraria, è compatibile con i fondamenti della nostra democrazia? La caccia alle fake news ora va decisamente di moda, ma non è diventata per limtare la libertà di opinione ed espressione”.
Più in generale, il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha dichiarato: “La democrazia non deve mai diventare un’operazione di marketing“. Uno dei più duri è stato Guy Verhofstadt, dei liberali dell’Alde. “È in gioco la democrazia“, ha attaccato. Il politico belga si è riferito al monopolio: sostenere che Apple e Google siano alternative a Facebook, ha detto, sarebbe come “un produttore di automobili che dice agli altri che possono prendere l’aereo, il treno, la bicicletta”.
In ogni caso, salta agli occhi che Zuckerberg si è guardato bene dal dare risposte precise, circostanziate, esaustive su questioni delicate come il business dei dati. Una cosa è certa: è un giro di soldi talmente grosso che Facebook sarà ben disposta a pagare qualche sanzione per aver violato le norme Ue sulla privacy.
Adolfo Spezzaferro



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