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patriaL’Avana, 18 dic – Dal 1959 Cuba divide l’Occidente. Per molti ha rappresentato un modello alternativo al sistema capitalista, per altri semplicemente una dittatura comunista. I primi si sono divisi in due fazioni, da una parte i guevaristi che accusano Castro di aver tradito gli ideali del Che, dall’altra i guevaristi che accusano gli Usa di aver impedito a Cuba di realizzare fino in fondo il sogno rivoluzionario del Che. Per tutti gli altri l’isola caraibica è solo l’ultima stella sovietica, da non disdegnare come meta turistica perché il clima è invitante e il sesso a buon mercato.

Qui si ferma la superficialità analitica occidentale. Ma da qui si deve partire per capire che il cambio di rotta statunitense, meno repentino di quanto possa sembrare, rappresenta inevitabilmente una svolta storica. Il processo di cambiamento non sarà immediato, i cubani non hanno mai avuto fretta, la fretta è una peculiarità del nostro mondo sotto continuo stress, incapace di sedersi su un malecón ad osservare il lento tramonto tropicale. Eppure un cambiamento ci sarà ed è quello che adesso più spaventa tutti, al di là dell’entusiasta “todos somos americanos” di Obama. La fine dell’isolazionismo di Cuba è un’arma a doppio taglio per entrambe le parti in gioco.

Il presidente americano dopo i continui scivoloni internazionali, che hanno messo in discussione la leadership mondiale degli Stati Uniti, si gioca un jolly rischioso. Se riuscirà a rimuovere l’embargo e a stabilire con L’Avana proficue relazioni diplomatiche, prima che economiche, avrà vinto una mano importante del risiko in atto con Russia e Cina. Una mano che però non può garantirgli certezze, perché il decennale bloqueo è servito finora a Washington per mostrare al mondo che rifiutare il modello capitalista americano è una condanna alla povertà.

Se invece Raul Castro e i suoi successori sapranno mantenere in vita il socialismo non internazionalista, quella continua e affascinante sfida tutta cubana, aprendolo a piccoli cambiamenti senza però tornare ad essere un protettorato americano, una sorta di Disneyland vietata ai minori, allora a perdere l’ultima mano del gioco saranno gli Stati Uniti.

Una poesia di José Martí , rivoluzionario cubano di fine ottocento considerato tuttora a L’Avana padre della nazione, recita così: “per l’amico sincero che mi tende la sua mano franca e per il nemico che mi strappa, non coltivo spina né bruco, coltivo la rosa bianca.” Sta tutta qua la scommessa di Cuba, rimanere sé stessa in ogni caso. Chiunque avrà di fronte, che sia un amico o un nemico, senza perdere la tenerezza come avvertiva Guevara ma soprattutto senza scordarsi il motto più potente che non ammette passi falsi: Patria o muerte.

Eugenio Palazzini

2 Commenti

  1. cultivo una rosa blanca
    en julio como en enero
    y es por el amigo sincero
    que me de su mano franca

    y para el cruel que me arranca
    el corazone con que vivo
    cardo ni ortiga cultivo
    cultivo la rosa blanca