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Parigi, 18 set – Il processo per la morte di Clément Méric si è appena concluso, nell’assordante silenzio dei media italiani, mentre ingiustizia è stata di nuovo servita.
Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, il 5 giugno 2013 a seguito di una ”rissa” (il virgolettato è d’obbligo) tra un gruppo di giovani antifascisti e nazionalisti, il militante RASH (acronimo per Red Anarchist SkinHead) Clement Méric muore nella colluttazione. Il giovane Méric aveva 18 anni, era di costituzione gracile e affetto da leucemia, aveva già preso parte a raid antifascisti, (contro i militanti della ”Manif Pour Tous”, ad esempio) ed era conosciuto alle forze dell’ordine, sebbene non fosse mai stato arrestato.
Méric si trovava in compagnia di Steve Domas, Aurélien Boudon, Matthias Bouchenot al momento dell’imboscata: un gruppo di giovani nazionalisti stava acquistando delle Fred Perry in una vendita privata, quando viene intercettato dai suddetti tra insulti e provocazioni; il battibecco allerta un vigile che proverà a calmare le acque.
Nel frattempo, entrambi i gruppi chiameranno (apparentemente, perché nessuno dei loro telefoni era sotto controllo e l’unica prova è l’SMS che Mèric invia ai suoi amici, avvisandoli che gli altri ”stanno scendendo”) per i cosiddetti rinforzi, e il vigile, incrociando Méric sulle scale e notando la sua debole costituzione, lo esorterà a non mettersi in mezzo (riferirà inoltre in corte di aver sentito Méric dire: ”Questa gente non merita di vivere”). Gli antifascisti attenderanno i nazionalisti all’angolo dell’edificio e l’aggressione finirà con tre feriti e un morto. Tra i nazionalisti, Esteban Morillo, esce dall’immobile in compagnia di Samuel Dufour, in un primo momento accusato di aver colpito Méric con un pugno di ferro; l’accusa deriva dal fatto che lo stesso Dufour si vantò di aver utilizzato quest’arma in un SMS trovato nel telefono. Le versioni sono comunque sin dall’inizio discordanti e contraddittorie: su chi abbia effettivamente dato inizio alla rissa, su chi abbia colpito e come (a mani nude, con un pugno americano, ecc.) Clément Méric. Così come le numerose varianti dei medici legali, la quasi totalità dei quali escludono che Méric sia stato ucciso con un pugno di ferro, il processo si contraddistinguerà su penosi scarica barile tra accusa e difesa. L’Affaire Clément Méric si trasformerà in un processo tra l’alta borghesia parigina (estrazione sociale degli antifascisti) e il proletariato di immigrazione (Esteban è figlio di immigrati spagnoli), l’esatto contrario di quello che i buonisti si aspetterebbero in casi simili.
La giuria popolare (che tanto popolare non è, essendo parigina) viene sin da subito traghettata dalla parte degli antifascisti: Esteban e Samuel non hanno del resto mai avuto alcuna chance. Entrambi in galera dal 2013 – di Samuel gli inquirenti hanno addirittura la certezza che non colpì Méric -, sono condannati rispettivamente a 11 e 7 anni di carcere. Il giudice e gli avvocati dell’accusa ne faranno immediatamente un processo politico, arrivando addirittura ad affermare che ”le vittime della Shoah siano idealmente presenti nell’aula del tribunale per ricevere giustizia”. Ma se dall’accusa ci aspettiamo un comportamento simile, non riusciamo davvero a capire la strategia della difesa, tesa a minimizzare le colpe degli imputati, a causa della loro sedicente stupidità… Esteban si è fatto ricrescere i capelli, coperto i tatuaggi, rinnegato i suoi trascorsi nel gruppo politico 3ème Voie, si è messo a piangere, ha chiesto perdono, tutto questo per ritrovarsi 11 anni di carcere sul groppone. Fingere che non sia un processo politico quando viene perfino chiamato a intervenire un ”esperto dell’estrema destra”, ci sembra un ”strategia” a dir poco suicida degli avvocati difensori.
Ci lascia riflettere, in primis, sul fatto che, in un’aggressione, è quasi meglio farsi ammazzare che difendersi: pena la gogna civile e la morte sociale; in secondo luogo, tanto vale mantenere le proprie opinioni politiche, perché cospargersi il capo di cenere di fronte a questi farabutti non solo non serve a nulla, ma vi farà apparire come  eterne vittime destinate a subire ogni angheria. Farsi passare per degli idioti, dei poveracci, dal proprio team difensore (immaginiamo pagato dalle famiglie), ci sembra la beffa finale, a fronte di un verdetto allucinante. D’altronde, lo sanno tutti, ”ignorantia legis non excusat”.
Chiara Del Fiacco

1 commento

  1. Parafrasando certa ” sinistra” : ” La “storia” ha emesso uno dei suoi inappellabili verdetti”….. Forse, chissà, non meritava di vivere lui… Ai posteri l’ ardua sentenza…..

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