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Frontiere e politica: così l’immigrazione ha cambiato il volto dell’Europa

by La Redazione
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Roma, 24 ago – In linea di massima l’Europa, o meglio gran parte della sua classe politica, non è stata in grado di imporre agli stranieri di adeguarsi ai valori e alle usanze dei paesi che li hanno ospitati ma al contrario ha assunti un atteggiamento remissivo nei confronti dell’immigrazione. In altri termini le classi politiche europee hanno, a partire dal 2016, modificato norme ed usanze per non suscitare la reazione ostile degli immigrati trascurando paradossalmente le esigenze degli autoctoni.

L’immigrazione non piace agli europei

La reazione dei cittadini europei di fronte alla debolezza delle classi politiche, come di fronte alla esistenza di immigrati che in quanto disoccupati giravano per la città senza fare nulla cercando l’elemosina non si fece attendere come dimostrano le ricerche compiute dal Pew Research Center nel 2016  e dalla Chatam House nel 2017. Queste ricerche concordemente sottolineavano che il 50% dei cittadini europei intervistati era assolutamente ostile ad accogliere ulteriori flussi di immigrati, in modo particolare,quelli musulmani (ostilità presente soprattutto in Austria, Polonia, Ungheria, Francia e Belgio).

Non desta alcuna sorpresa allora che quando gli immigrati incominciarono a defluire in Europa dai Balcani alcune nazioni – Ungheria, Croazia, Slovenia, Kosovo, Polonia, Serbia e Austria – decisero di chiudere le frontiere. E non deve neppure sorprendere il fatto che molti di essi, allo scopo di bloccare il passaggio di frontiera all’immigrazione illegale, costruirono protezioni fisiche sui loro confini. Fu proprio l’Austria che nel 2016 decise di costruire un muro al confine con la Slovenia.

L’immigrazione incontrollata diede inoltre un non secondario vantaggio politico-elettorale a formazioni di destra come accaduto nel 2015 in Polonia e consentì una rilevante vittoria della destra nel 2015 in Svizzera. Tuttavia il caso più significativo sul piano politico fu la il risultato della Lega in Italia e dall’altra lato quella di Viktor Orbán in Ungheria nel 2018.

Roberto Favazzo

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