Roma, 5 gen – Fuochi nella steppa, il Kazakistan brucia di rabbia. Migliaia di persone sono scese in piazza per una protesta mai vista nella nazione transcontinentale, a cavallo tra Europa e Asia, la nona più vasta del mondo. Un caos di piazza che ha generato un terremoto politico: il presidente Kassym-Jomart Tokayev si è dimesso e ha sciolto il governo guidato dal premier Askar Mamin. E’ questo, in estrema sintesi, il risultato prodotto dai tumulti avvenuti nell’apparentemente sonnolenta ex Repubblica sovietica. I primi effetti del nuovo grande gioco del gas.

Kazakistan, violenti scontri: 200 arresti e 95 agenti feriti

La protesta è esplosa in particolare ad Almaty, la capitale del Kazakistan, e nella regione di Mangystau, particolarmente ricca di idrocarburi. E’ soprattutto in quest’ultima area del Paese che si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che hanno sparato gas lacrimogeni e granate stordenti, nel tentativo di disperdere la folla. Risultato? Oltre 200 persone arrestate e 95 agenti feriti.

“Non cedete alle provocazioni”, ha dichiarato il presidente dimissionario Tokayev in un video pubblicato su Facebook. “Non ascoltate chi vi incita ad assalire gli edifici del governo. Si tratta di un crimine per il quale sarete puniti“. Mentre secondo il ministero dell’Interno i manifestanti hanno “ceduto alle provocazioni” e “gruppi di cittadini hanno bloccato le strade, turbando l’ordine pubblico”. Ora l’esecutivo è guidato dal vicepremier Alikhan Smailov, chiamato a ricoprire il delicato ruolo di leader nazionale fino alla formazione del nuovo governo.

Perché è esplosa la rabbia

L’aumento dei prezzi del Gpl ha innescato la rabbia dei cittadini e a nulla è servito l’intervento del governo che ha promesso last minute di abbassarli. Una disperata mossa, rivelatasi del tutto inutile. In Kazakistan ora è stato dichiarato lo stato di emergenza, con un provvedimento pro tempore che resterà in vigore fino al 19 gennaio e include il coprifuoco dalle 23 alle 7. Nulla a che fare con misure restrittive per contenere il Covid ovviamente, al contrario le autorità kazake contano così di riportare la calma.

La regione di Mangystau, dove il fuoco della protesta è divampato, dipende pressoché totalmente dal Gpl. E’ il carburante maggiormente utilizzato per i veicoli, dunque l’aumento dei prezzi del gas innesca l’innalzamento dei prezzi del cibo, già schizzati alle stelle a causa della pandemia. Nel 2011 nella stessa regione furono uccisi dalla polizia 14 lavoratori del settore petrolifero. Le forze dell’ordine tentarono di sedare la rivolta contro le pessime condizioni di lavoro e i salari da fame. Da allora in Kazakistan non si è mossa foglia, regnava una calma silente. Ma la steppa cova sempre lampi imprevedibili.

Eugenio Palazzini

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3 Commenti

  1. Il buon G.F.Freda non ne ha sbagliata una di previsione, nella macro politica. Bisogna riconoscerglielo sempre. L’ Unione sovietica è scoppiata anche per la questione mussulmana, prova ne è quello che lì è accaduto, accade e accadrà. E il giudizio, per quasi tutti difficile, non può diventare superficiale!

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