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soros-1Davos (Svizzera), 29 gen – “Una dichiarazione di guerra alla valuta cinese? Ah ah”, questo l’improbabile titolo di un editoriale apparso ieri sul People’s Daily, il più importante quotidiano cinese, ovviamente in mano all’onnipotente partito comunista.

L’articolo, firmato da un ricercatore del ministero del Commercio cinese, prende le mosse dalle dichiarazioni del vecchio speculatore George Soros, rilasciate a margine del World Economic Forum di Davos, in Svizzera, a proposito dell’atterraggio duro dell’economia cinese, la cui valuta – Yuan o Renminbi, oltre che il dollaro di Hong Kong – secondo lui è destinata a crollare ancora rispetto al dollaro Usa. Secondo il quotidiano pechinese, le profezie di sventura dell’influente finanziere non avranno successo, perché al contrario l’apprezzamento della divisa cinese dal 1994 al 2014 è stato notevole – il che è vero – e il recente “aggiustamento” sarebbe un fenomeno del tutto normale. Sempre secondo il giornale cinese, i fondamentali dell’economia del gigante asiatico sarebbero tutto sommato solidi, per esempio in quanto il suo export nel 2015 è diminuito dell’1,8% contro il meno 10% del commercio mondiale, inoltre gli investimenti infrastrutturali sono cresciuti e rappresentano una base per la crescita futura.

Sarà, ma intanto le stime della crescita cinese per il 2015, collocate ufficialmente al +6,8%, ispirano più di un dubbio per essere teneri, gli sbandierati investimenti infrastrutturali – per sostenere i quali era stata da poco creata anche una mega-banca internazionale ed è stata immessa dal niente un volume apocalittico di liquidità – si sono per lo più risolti in deserti industriali e residenziali, e la conversione economica dal primato dell’esportazione a quello dei consumi interni arranca sotto la stagnazione della domanda. Del resto, in un paese sostanzialmente privo di stato sociale, almeno per come lo conosciamo in Europa, in cui un potente stimolo alla ricchezza proveniva dalla crescita esponenziale delle quotazioni azionarie a vantaggio anche di una miriade di piccoli investitori, il tonfo di questo mese – il peggiore gennaio dal 1994 con il meno 24% e probabilmente in assoluto il peggior mese in assoluto – lascia sul terreno milioni di piccoli risparmiatori.

Per quanto riguarda la Cina, insomma, siamo alle solite: si grida al complotto per nascondervi sotto i problemi interni. Per esempio il problema dei mille miliardi di dollari in capitali privati che nel 2015 hanno lasciato la Cina alla volta di più solidi – almeno nella percezione – asset occidentali, non ultimi di tipo residenziale di lusso. Per di più, ad avvalorare la strumentalità della reazione di Pechino, lo stesso Soros, nell’intervista cui pare riferirsi il quotidiano comunista, ammetteva che “la Cina può gestire [la crisi]. Essa ha le risorse e la volontà politica, oltre che tre trilioni di dollari in riserve”.

Di tono diverso e interpretazione diametralmente opposta sono invece da intendere le dichiarazioni del presunto filantropo americano – di origini ungheresi e discendenza ebraica – relative all’Europa e alla Russia, esternate nella stessa incantevole cornice elvetica. In queste, Soros sosteneva innanzitutto che l’Europa si trova sull’orlo della disintegrazione a causa dell’invasione immigratoria: già questa affermazione, pronunciata da quello che è un riconosciuto sostenitore della medesima invasione – come ampiamente illustrato su queste colonne – suona tra il ridicolo e il paradossale. Il meglio però deve venire: egli ha infatti raccomandato al governo Usa di lanciare un nuovo Piano Marshall per salvare l’Europa e… la Russia. Si, la stessa Russia che ha di recente bandito dal paese tutte le organizzazioni falsamente filantropiche create, sostenute e finanziate dal medesimo magnate in quanto “minaccia alla sicurezza nazionale”.

Tutto questo, soggiungeva Soros, magari col supporto anche dei medesimi contribuenti europei.

I casi sono due: può trattarsi di una conferma del motto per cui Dio fa impazzire chi vuol perdere, oppure – ed è l’interpretazione più attendibile – dietro questa sospetta generosità (con i soldi degli altri) si nasconde un obiettivo molto diverso.

Per esempio, l’obiettivo di stringere intorno al collo dell’Europa e degli europei (e dei russi) il cappio della dipendenza debitoria ad aeternum dalla nazione eccezionale e indispensabile. Nonché – non disgiunto dal primo – quello di rendere nuovamente fruttuosi gli investimenti delle sue innumerevoli società sia in Europa che nella stessa Russia. Fu proprio nell’Europa ex comunista e in Russia che Soros acquisì (cioè si appropriò in un modo o nell’altro), nell’ultimo caotico decennio del secolo scorso e sostenuto dal dipartimento di economia dell’Università di Harvard (che spadroneggiava al tempo della presidenza Eltsin), proprietà di immenso valore per un’infinità di miliardi di dollari, per esempio il secondo produttore di acciaio nel paese oggi presieduto dall’odiato Vladimir Putin, nonché l’allora gigantesca Sidanko Oil, sempre in Russia e con interessi diffusi all’Ucraina e oltre, incorporata nel 2013 dal gigante Rosneft controllata dal governo moscovita, anzi proprio dai servizi segreti (Fsb).

Il bello, per chiudere, è che di orecchie ben disposte ad ascoltare le raccomandazioni avvelenate dell’85enne speculatore è piena l’Europa e anche l’Italia, a partire dalla nutrita schiera di politici di buona parte degli schieramenti parlamentari presenti e recenti, grandi industriali, giornalisti, intellettuali, che aderiscono con varie posizioni all’Aspen Institute.

Francesco Meneguzzo

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