Il Primato Nazionale mensile in edicola

eric cantonaRoma, 29 gen – “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”. Se ti chiami Eric e di cognome fai Cantona essere emblema sul rettangolo verde o davanti ad un microfono non è un problema, anche quando la natura ti ha fornito di un carattere tanto ingombrante quanto un destro sensibile ed efferato.

Il gioco del calcio è una delle ultime forme di bellezza che l’uomo ha imparato a conservare. A Manchester, sponda United, sono decine i campioni che hanno segnato la leggenda, ma nessuno come Eric. Il colpo di kung fu a Matthew Simmons, rifilato 20 anni fa al tifoso del Crystal Palace, dopo un alterco, con il suo carico di 120 ore di servizi sociali e nove mesi di squalifica – i Red Devils persero il titolo quell’anno a favore del Blackburn Rovers di Alan Shearer – l’effige di una carriera sempre al limite. Ma Cantona con il colletto alzato e il suo Au revoir! sprezzante che fuoriesce dalle labbra ha solo quattro comandamenti. In cima la tecnica, ogni singola partita, ogni singola giocata era fatta in funzione dei tifosi, un cadeau frutto del rischio contro se stessi sinonimo di chi è sempre pronto a giocarsi tutto ogni volta che si allaccia gli scarpini. Poi il cuore perché la maglia numero 7 rossa fiammeggiante è l’emblema della working class, madre di ogni rivoluzione di stile e di pallone. Il rispetto perché puoi scalciare, indossare una corona, dribblare come Ronaldinho, palleggiare, sferrare pugni e colpire da ovunque, ma senza l’inchino al talento sotto la curva in visibilio sei solo uno dei tanti Balotelli che affastellano gli stadi. Infine la squadra di cui ti devi fidare, di cui devi essere leader riconosciuto per trascinare la sfera oltre a simulatori e macellai che uccidono lo splendore oltraggiando lo Joga Bonito.

Servono istanti e momenti per iscriversi nella storia, quella che porta la firma in calce, e nel film “Il mio amico Eric” è lo stesso ex diavolo rosso a segnare con una riga rossa il suo colpo ad effetto con destinazione l’infinito: “E’ stato un passaggio”, un assistenza l’elogio agli undici che scendono in campo a “Irvine contro gli Spurs” perché la fiducia è tutto. “Quasi un’offerta al grande Dio del calcio”, dove non esiste errore se ci si dona incondizionatamente. “Devi fidarti dei tuoi compagni, in ogni caso, altrimenti tutto è perduto”. 

L’ultimo dei romantici che sibillino suggerisce ai nuovi talenti di trattare “il pallone come una ragazza: accarezzatelo”. Tanti poi, molti prima nel mezzo Eric Cantona.

Lorenzo Cafarchio

1 commento

Commenta